mag 04

Il Salotto di Mao02/05/09
(www.cortocorto.itpuntata numero sediciin collaborazione con www.vitaminic.it)
 

 

Claudio Pizzigallo
 

 
 
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apr 22

L’INGHILTERRA
Metafora di un paradosso
Di Domenico Mungo
« Io sono un anti-Cristo / io sono un anarchico /
non so quel che voglio / ma so come ottenerlo /
voglio distruggere il passante / perché voglio essere l’anarchia »
(Anarchy in the U.K. – Sex Pistols, 26 novembre, 1976 )

Un paradosso, dal greco parà (contro) e doxa (opinione), è una conclusione che appare inaccettabile perché sfida un’opinione comune.
Ebbene qual è care amiche e cari amici del Salotto di Mao, uno dei più grandi paradossi della storia dell’umanità fatta nazione, se non l’Inghilterra, la Britannia raggiunta da Giulio Cesare infestata dai Galli, la Perfida Albione tanto vituperata e avversata da Benito Mussolini?
La patria della Magna Carta Libertatum, la prima costituzione, il primo documento fondamentale per la concessione dei diritti dei cittadini, che sancisce il diritto e la tutela delle libertà penali e della limitazione dei poteri del monarca che altresì si ripropone ancora nel XXI secolo con la più longeva e tradizionalista monarchia della storia dell’uomo. La patria di Shakespeare ma anche dei Take That, l’alveo della Riforma anglicana ispirata dallo scisma di Enrico VIII e delle sue tendenze poligame nel XVI secolo e di Jack Lo Squartatore, mistero classico della letteratura horror e seriale mai risolto forse proprio per coprire le manie omicide e le perversioni sessuali di alcuno molto vicino alla corona reale se non addirittura consanguineo. La patria della nascita del gioco del calcio moderno e del fair play, la cui nazionale è seguita nel mondo da una transumanza di alticci lanzichenecchi e le cui gesta delle squadre di club sono sottolineate dalle scorribande hooligane: come dimenticare la mattanza dell’Heysel o la strage di Sheffield? Capace, l’Inghilterra di superare la propria altera riottosità sportiva e vincere un mondiale solo se fatto in casa in una discussa edizione del 1966. La terra dei contrasti e delle fazioni, da Cromwell e la sua New Model Army ai seguaci dei Beatles e degli Stones a quelli dei Blur o degli Oasis. La terra del Punk, detonazione situazionista che assalta le fondamenta della bigotta e reazionaria società britannica a suon di quattro accordi illetterati e sguaiate invocazioni alla rivolta sociale e al nichilismo, i Sex pistols contro o Clash, il punk autodidatta contrapposto al rigore ipertecnico e barocco dell’academy del progressive rock. Scrittori e poeti illuminati e visionari immersi nel grigiore di città portuali e minerarie come Liverpool e Porthsmouth. L’infinito derby della Premier League con un dozzina di squadre londinesi, fra le quali quelle più vincenti sono delle vere e proprie multinazionali e multirazziali ensamble. E così via in una infinta contrapposizione di spinte in avanti e giudiziose marce indietro. L’Inghilterra che crea un impero sul quale non tramonta mai il sole e che domina le colonie con sorprendente democrazia e poi insanguina l’Ulster con il tallone spietato dell’imperialismo coatto. L’Inghilterra che ispira l’anticomunismo dei regimi totalitari nazifascisti per poi pagare un elevato tributo di sangue agli stessi durante la seconda guerra mondiale e la battaglia aerea…comunque mode ed ispirazioni, guardare a Londra per noi giovani punk significava cogliere intuizioni, fascinazioni, spunti…gli squat e le autogestioni vengono comunque ispirate da una London non più molto easy e swinging, capelli a caschetto e pantaloni a sigaretta…vespe e scarpe di cuoio italiane, Quadrophenia e l’heavy metal…o quante ottime cose, dall’isola quante lacrime e quanti sorrisi…quanti amori e quanti dolori…quanti viaggi pagati coi sogni e quante nottate sui ponti di vento…
E noi con loro non ci siamo mai amati, piuttosto annusati e mai alleati…forse perché loro credono di essere meglio ma sono né più e né meno coi nostri difetti e vizi di forma uniti…dialetti che sono linguaggi, regioni che sono fazioni…
l’ultima avventura britannica che ricordo è di qualche settimana fa:
eravamo a far la foto del G20, c’erano tutti, ovviamente c’ero anche io a far le corna da dietro…
ma c’era anche Obama allorché si iniziò ad udire uno che urlava:” hey mr Obama, mr Obama, here’s mr Berlusconi…!”…e la Regina sbottare, altera ed imperturbabile
“Ma cos’avrà da urlare sempre, quello lì?”

eppure le dico caro Mao e cari i miei Santabarba vi saluto e saluto questo splendido pubblico… canto le liriche rauche di Giovanni “il sfottuto” Johnny Rotten e le mischio con quelle del sommo menestrello romano appellato Baglioni che pressappoco faceva così…

viva viva l’inghilterra
pace donne amore e liberta’
viva viva viva l’inghilterra
ma perche non sono nato la’

per poi virare su right now…

E concludere con

I am an antichrist
I am an anarchist
Dont know what I want but
I know how to get it
I wanna destroy the passer by cos i

I wanna be anarchy !
No dogs body

Anarchy for the u.k its coming sometime and maybe
I give a wrong time stop a trafic line
Your future dream is a shopping scheme cos i

I wanna be anarchy !
In the city

How many ways to get what you want
I use the best I use the rest
I use the enemy I use anarchy cos i

I wanna be anarchy !
The only way to be !

Is this the m.p.l.a
Or is this the u.d.a
Or is this the i.r.a
I thought it was the u.k or just
Another country
Another council tenancy

I wanna be an anarchist
Oh what a name
Get pissed destroy !

CHI VUOL ESSERE DOMENICO MUNGO? L’INGHILTERRA

1- Contro quale nazionale di bassissimo livello l’Italia di Edmondo Fabbri subì la più umiliante e proverbiale sconfitta della sua storia il 19 luglio del 1966 a Middlesbourgh?
A- Cipro B- Emirati Calabri Uniti C- Corea del Nord?

2- Con quale pseudonimo artistico si è rivelato come star assoluta della dance elettronica internazionale il bassista dei seminali e ultrapop londinesi degli anni 80 The Housemartens, tale Norman Cook?
1- Dan the Automator 2- Tricky 3- Fatboyslim

3- in quali atteggiamenti equivoci è stato immortalato il boss della formula uno mondiale, l’inglese e flemmatico Oswald Mosley?
1- mentre adescava allupate ottuagenarie all’uscita dagli uffici postali dopo aver riscosso la pensione convincendole ad investire sul piano casa del premier berlusconi?
2- Mentre si spazzolava i peli pubici con una strigliera del cavallo personale del principe carlo, ovvero her majestic camilla parker nella sala dei ricevimenti di buckingham palace?
3- Mentre si faceva frustare come un pizzigallo qualsiasi legato e vestito da sadonazi da un gruppo di procaci escort filosickgirl?

Domanda di riserva

Quale band torinese ha firmato per prima in assoluto un contratto con una casa discografica inglese, la earache?
A- Subsonica B- mao e la rivoluzione C- Linea77?

apr 01

I SOLDI
di Domenico Mungo

Introdotto da
Se potessi avere 1000 lire al mese
di Gilberto Mazzi (1939)

Se potessi avere mille lire al mese,
senza esagerare, sarei certo di trovar
tutta la felicità!
Un modesto impiego, io non ho pretese,
voglio lavorare per poter alfin trovar
tutta la tranquillità!
Se potessi avere . . .

ebbene si care amiche e cari amici del salotto di Mao, ebbene si il cruccio di questo nostro secolo sono i soldi…un coacervo di nefandezze e miserie si raggomitolano dietro il bieco mercimonio di anime svendute in nome del vil danaro…come cantava già nel 1939 il miscononosciuto ai più Gilberto Mazzi,  autore di un refrain entrato nelle testa e nelle orecchie di tutti gli italiani come un’utopia, come un desiderio, un sogno, un anelito di stabilità e presunta felicità…ebbene venne poi il neorealismo, il disincanto del dopoguerra, l’Italia che si ergeva sulle macerie di se stessa e della follia dei suoi demiurghi…vennero i film in bianco  e nero che raccontavano attraverso l’impassibile lente d’ingrandimento dell’ottava musa i patimenti quotidiani di un paese che aveva perso tutto ma stava cercando perlomeno di recuperare la proria dignità: un decennio, tanto durò il neorealismo, dal 1943 circa al 1953, da Ossessione di Visconti (1943) appunto a i VITELLONI  di Fellini del 1953, passando attraverso La terra trema (1948) Bellissima (1951) Roberto Rossellini, Roma, città aperta (1946),  Paisà (1946),Germania anno zero (1948) Stromboli terra di Dio (1949) Vittorio De Sica Sciuscià (1946) Ladri di biciclette (1948) – Oscar al miglior film straniero Miracolo a Milano (1951) – Palma d’oro al festival di Cannes Umberto D. (1952) Giuseppe De Santis, Non c’è pace tra gli ulivi (1950) Riso amaro (1949) Roma ore 11 (1952) Pietro Germi Gioventù perduta (1947) In nome della legge (1948) Il cammino della speranza (1950) Renato Castellani Sotto il sole di Roma (1948) ,È primavera (1949) Due soldi di speranza (1952) – Palma d’oro al festival di Cannes Alberto Lattuada Il bandito (1946) Senza pietà (1948)….storie di gente comune, attori il più delle volte presi dalla strada che si affiancavano alle star come la Magnani, Sordi, La Borboni, Franco Interlenghi, La Mangano, Raf Vallone, Gassman su sceneggiature scritte da Flaiano, Soldati, Pinelli, Lizzani…
e quelle storie non sono in realtà mai cessate di esistere, si sono modificate con i tempi, hanno uplodato realtà controverse, hanno trasformato le scenografie, hanno dato vivaci multicromie in tecnicolor al fascino grigiobianco e nero delle pellicole…eppure ancora oggi esistono eroi quotidiani che vengono sacrificati in nome dei soldi…chi può dimenticare gli otto angeli della fonderia dei tedeschi, simbolo di tutte le morti bianche del mondo…io vorrei a questo punto raccontarvi la storia minima di un uomo che deve ricominciare ogni volta una vita nuova, un uomo che a seconda del vorticoso ruotare della bussola del precariato si trasforma da professore di lettere in consulente delle amministrazioni pubbliche, da archivista di dati a buttafuori di locali notturni, dal condivisore di legittimi stipendi simili alle fantomatiche mille lire al mese a avversato titolare di ammortizzatori sociali fatiscenti e ectoplasmici… la storia  di  un uomo di sentimento e ardimento ma al contempo incapace di trovare un equilibrio stabile, ma è difficile farlo quando per un mese ti svegli per andare incontro a tumultuanti classi di imberbi adepti della conoscenza e una settimana dopo alle quattro del mattino per andare a caricare gli scaffali sorridenti di un mondo di plastica e legno d’ebano in gialloblu chiamato IKEA?
E allora e qui concludo, dico, non nel nome dei soldi, ma di quello della dignità di noi tutti…al Signor Ministro BRUNETTA, al suo capocosca il CAVALIER SILVIO B: e alla benemerita MINISTRA MARAIASTELLA GELMINI portate più rispetto per la vostra gente…per tutti coloro che vogliono lavorare onestamente affinchè quei maledetti e sporchi soldi diano dignità e non solo un ulteriore casella da riempire nel PIL…e poi FANNULLONE sarà lei…
e qui mi levo la giacca da professore ed indosso la spilletta dell’IKEA…
se potessi avere mille euro al mese, senza esagerare sarei certo di trovare la felicità…

CHI VUOL ESSERE DOMENICO MUNGO?

1- In che anno è antrato in vigore l’euro?
A- nel gennaio del 2000  B- nel luglio del 2001 C- nel febbraio del 2002?

2- Chi è il regista del film IL COLORE DEI SOLDI?
A- Umberto Bossi B- Brian De Palma C Martin Scorsese?

3- Domanda per ANTIMUSICA: a quanto ammonta il prezzo corrente in euro della modica quantità di bonza, oppure chiamatela come volete, coca, bamba, bianca, neve, pezzata sul mercato di Torino?
A- 50 dallo sputapalline di via Stradella B- 100 dal collega d’ufficio che c’ha i ganci giusti con la gente che piace e che lavora al sesto piano C- 200 euro più un paio di occhiali da sole della marca italia indipendent offerti da lapo elkann in persona?

4- in che album è contenuta la famosa canzone dei pink floyd  Money?
A- The wall,B- The Final Cut C- (The Dark Side of the Moon )

mar 25

 


 

 
Entro su Black Hole Sun
dei Soundgarden

Il giardino…luogo che da sempre nella storia dell’umanità ha rivestito un ruolo simbolico oltre che fisico…il giardino è per antonomasia luogo di pace, di rimembranza, di celebrazione, di silenzio e di ritrovo…in principio fu il Verbo diceva il libro dei libri, nel libro della Genesi nella Bibbia è il luogo in cui Dio creò tutti gli esseri viventi, tra cui Adamo ed Eva, la prima coppia umana. Ed è proprio nella Genesi che si trovano tracce della prima violazione… ricorda dottor MAO, la storia del serpente, della mela…della tentazione…bene, arriviamo quindi fino a che uno sdegnato Ceatore che, tra tutti gli alberi piantati nel giardino ne erano due particolari: l’”Albero della Conoscenza del Bene e del Male” e l’”Albero della vita”proibì all’uomo di mangiare i frutti del primo, e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino dell’Eden, negando all’Uomo anche i frutti del secondo…ma sebbene la cacciata da parte di Dio di Adamo ed Eva è raccontato come il peccato originale causa della natura corrotta del genere umano e a noi piace pensarlo come il primo atto di ribellione dell’uomo al cielo…ogni uomo è infatti per natura ribelle contro il cielo, diranno migliaia di anni dopo, precisamente nel XVI secolo gli anabattisti inglesi narrati da Christopher Hill ne Il Mondo alla rovescia…ma lo dirà anche Shakespeare, che nell’Enrico IV chioserà :” “”SIGNORI, IL TEMPO DELLA VITA E’ BREVE…E SE VIVIAMO, VIVIAMO PER CALPESTARE I RE”…ma questa è un’altra storia…torniamo ai giardini…alla meraviglia delle meraviglie…i Giardini pensili di Babilonia ad esempio…voluti da Semiramide e poi dal mitologico Nabucodonosor…egregia sintesi di architettura idraulica, trasposizione della perfezione e cimento onirico fatto reale…come i Giardini di Boboli, che sovrastano l’aveo della più bella città del mondo, ovvero quella Firenze culla della civiltà tutta…ma è nella musoca e nella letteratura e nelo cinema che noi troviamo i nostri riferimenti migliori, vero dottor Mao?…chessò nella indimenticabile canzone del grande Lucio Battisti i Giardini di Marzo…
I giardini di Marzo si vestono di nuovi colori
e le giovani donne in quel mese vivono nuovi amori
camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti
tu muori…
se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori
ma non una parola chiarì i miei pensieri
continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri …Che anno è che giorno è questo è il tempo di vivere con te le mie mani come vedi non tremano più etc etc etc

oppure il Giardino dei Finzi contini, tratto dal romanzo di Giorgio Bassani del 1962, che coinfluirà nella trilogia del Romanzo Ferrarese e diverrà capolavoro cinematografico ad opera di Vittorio De Sica nel 1970 con una bellissima e giovanissima Domenique Sandà e un Capolicchio narratore di una storia minima dell’orrore che le leggi razziali e l’olocausto proteranno in tutta Europa…oppure il Giardino delle Vergini Suicide, di Sofia Coppola, 1999, film obliquo, nero, morboso, dotato di una tecnica cinematografica mista, fatta di montaggi stravaganti e onirici, di crudezze e banalità…siamo nel 1974 ed è la storia di cinque incantevoli sorelle Lisbon , figlie di una famiglia middle-class di Detroit, Michighan, che al destino risevato loro dalla bigotteria materna e l’indifferenza paterna, e al vouyerismo del quartiere preferiranno suicidarsi……e la colonna sonora la compongono gli Air… e poi abbiamo i giardini di pietra, quegli infiniti cimiteri lastricati di lapidi anonime che ci ricordano quanto assurda sia la guerra e che la contabilità delle morti non significa nulla se non ne leggiamo il nome inciso nel marmo…e questi giardini di pietra si affollano sempre di più nel mondo…sono giardini pieni di cristiani, di musulmani, di buddisti, di atei…di donne e uomini e troppi, troppi, troppi bambini innocenti…ma vorrei concludere con un esempio di speranza, di indomita fede nell’intelligenza dell’uomo…di quell’uomo che per primo seppe ribellarsi al suo destino già nel Giardino dell’Eden…il mio giardino è in realtà un bosco…il Bosco dei Libri Viventi, narrato nella parte conclusiva di Farhenait 451 di Ray Bradbury, affescato in maniera iperrealista dall’omonimo film di Francois Truffaut del 1967…questo bosco in cui si sono rifugiati i dissidenti del regime oscursantista che proibisce lettura e possesso di libri e dove si rifugia anche Montag, il protagonista ex pompiere incendiario…e in questo bosco gli uomini che hanno imparato a memoria ciascuno un classico della letteratura mondiale si aggirando salutandosi fra loro “buon giorno signor Coscienza di Zeno di Svevo” ossequi a lei Capitale di Marx ( e poveraccio a quello che si è dovuto imparare a memoria il polpettone marxiano” etc etc…) , tramandandosi oralmente i testi di padre in figlio…
e questo bosco diventa il vero Eden contemporaneo, laddove solo l’amore per la letteratura e per ciò che ella ci consente di fare ci rende liberi e ci salva, è necessario lottare…leggere, imparare, volare per poter sognare ed essere liberi… come in un giardino del suono
Black Hole Sun won’t you came and wash away the rain…

CHI VUOL ESSERE DOMENICO MUNGO? IL GIARDINO

1- a che cosa è ispirato il nome Soundgarden, ovvero il Giardino del Suono, celeberrimo gruppo capostitpite del movimento Grunge?
A- al nome dell’amplificatore usato da Chris Cornell
B- al giardinetto dove i quattro musicisti amavano trascorrere le serate fra una chitarra e uno spinello?
C- da un’installazione artistica di Douglas Hollis che si trova a Seattle, chiamata appunto “A Sound Garden”, in cui il soffiare del vento produceva strani suoni.

2- il giardino dei Finzi Contini fu anche un film, diretto da uno dei più grandi registi italiani di sempre:
A- Luchino Visconti B- Carlo ed Enrico Vanzina C- Vittorio De Sica

3- qual’è sato il gruppo italiano che ha venduto più copie in assoluto al festival di Sanremo con singolo Miele?
A- I Giardini di Mirò B- i Giardini di Mao C- Il Gairdino dei Semplici?

4- Se i figli del vicino vengono a sparare i petardi nel giardino di casa vostra intorno alle tre di notte voi cosa fate?
A – li applaudite calorosamente dalla finestra incitandoli a invitare anche altri giovani teppisti del quartiere alla festa?
B- chiamate il 118 accusando un inizio di infarto e credendo di essere stati assaliti dal Al queda
C- vi unite ai festeggiamenti imbracciando la carabina a canne mozze appartenuta a nonno Calogero e fate fuoco ad altezza d’uomo mirano alla testa di quei piccoli bastardi?

 

Domenico Mungo
 
 
 
mar 18

 


 

 
“Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada”
Majakovskij

 

Entro cantando i CCCP

Non so dei vostri buoni propositi
perchè non mi riguardano
esiste una sconfitta
pari al venire corroso
che non ho scelto io
ma è dell’epoca in cui vivo
la morte è insopportabile
per chi non riesce a vivere
la morte è insopportabile
per chi non deve vivere

lode a Mishima e a Majakovskij
tu devi scomparire
anche se non ne hai voglia
e puoi contare solo su di te

 

PRODUCI CONSUMA CREPA
SBATTITI FATTI CREPA
PRODUCI CONSUMA CREPA
CREPA
RIEMPITI DI BORCHIE
SBATTITI FATTI CREPA
ROMPITI LE PALLE
COTONATI I CAPELLI
RASATI I CAPELLI
CREPA CREPA CREPA CREPA

 

-CCCP Fedeli alla Linea-

 

Stasera parleremo di
 
Vladimir Vladimirovič Majakovskij
(Bagdadi, 7 luglio 1893 – Mosca, 14 aprile 1930) è stato un poeta russo.

 

Per oltre un decennio cantò la rivoluzione d’Ottobre e la nascente società sovietica.

 

Nato a Bagdadi (poi Majakovskij) in Georgia, figlio di un guardiaboschi, orfano a soli sette anni, ebbe un’infanzia difficile e ribelle. A tredici anni si trasferì a Mosca con la madre e le sorelle. Continuando il ginnasio fino al 1908, quando si dedicò all’attività rivoluzionaria. Aderì al partito bolscevico clandestino e venne, per tre volte, arrestato e poi rilasciato dalla polizia zarista. L’artista racconta del terzo arresto nel saggio autobiografico Ja sam (Io stesso). In carcere cominciò anche a scrivere poesie, ma il quaderno andrà perduto.

 

Nel 1911 si iscrisse all’Accademia di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca dove incontrò David Burljuk, che, entusiasmatosi per i suoi versi, gli propose 50 copechi al giorno per scrivere. Majakovskij aderì al cubofuturismo russo, firmando nel 1912 insieme ad altri artisti il manifesto «Schiaffo al gusto del pubblico».
Nel maggio del 1913 fu pubblicata la sua prima raccolta di poesie Ja! (Io!) in trecento copie litografate. Tra il 2 e il 4 dicembre l’omonima opera teatrale fu rappresentata in un piccolo teatro di Pietroburgo. Nel 1914 nel dramma Majakovskij lanciò la famosa quanto equivoca equazione “futurismo=rivoluzione”. Ma Majakovskij rivoluzionario lo era sul serio. Nel 1915 pubblicò Oblako v stanach (La nuvola in calzoni), mentre l’anno successivo Flejta-pozvonocnik (Flauto di vertebre).
Iscritto sin da ragazzo al Partito Comunista, ben presto mise la sua arte, così ricca di pathos, al servizio della rivoluzione bolscevica, sostenendo la necessità d’una propaganda che attraverso la poesia divenisse espressione immediata della rivoluzione in atto, in quanto capovolgimento dei valori sentimentali ed ideologici del passato.
Un poema ed un dramma segnarono l’inserimento di Majakovskij nella rivoluzione, e della rivoluzione nella sua poesia: il poema 150.000.000 ed il dramma Mistero-Buffonata, con cui descrisse quanto di grande e di comico ci fosse nella rivoluzione ed in cui “i versi sono le parole d’ordine, i comizi, le grida della folla… l’azione è il movimento della folla, l’urto delle classi, la lotta delle idee…”.
In questa luce vanno considerate tutte le opere di Majakovskij, dai poemi di propaganda proletaria come Bene! e Lenin, alle commedie come la La cimice e Il bagno, espressioni critiche del mondo piccolo-borghese.

 

«Non ti chiudere nelle tue stanze, partito, rimani vicino ai ragazzi di strada”

 

La nostra marcia
Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.

 

Nell’aprile del 1930 Majakovskij, ormai in declino, dilaniato da una struggente storia d’amore e inviso alle autorità staliniane, si uccise sparandosi un colpo al cuore. Nella sua ultima pagina scrisse:

«Scusate: non è questo il modo (ad altri non lo consiglio), ma non ho vie d’uscita»

 

Pena
In una vaga disperazione il vento
si dibatteva disumanamente.
Gocce di sangue annerendosi
si gemmavano sulle labbra d’ ardesia.
E uscì, a isolarsi nella notte,
vedova la luna.

 

LA Rivoluzione pertanto si trasforma in matrigna, che si nutre dei suoi figli migliori, dilaniandoli dentro gli ingranaggi della sua sete di potere, dalla sconfitta che scaturisce dalla corrosione degli ideali e dalla bieca riproposizione infinita degli stereotipi della bramosia e della menzogna…Majakovskij vale quanto i figli del Conte Ugolino che Dante declama cannibale della propria progenie per poter sopravvivere a se stessa, tramutandosi in una spietata aristocratica rinchiusa nel proprio castello d’avorio striato di sangue nero…

 

 

Chi vuole essere Domenico Mungo?

1. Chi fu il regista della terrificante Corazzata Potiomkin, citata come orribile cineforum coatto per gli impiegati del primo Fantozzi?
a) Dziga Vertov; b) Oleg Blochin; c) Sergej Michajlovič Ejzenštejn

2. Chi fu il guerrigliero che guidò la Rivoluzione Messicana?
a) Ciccio Pancio; b) Franco & Ciccio; c) Pancho Villa?

3. La mitica Woodstock, emblema della rock revolution in realtà dove si trovava?
a) Su di un isola; b) sugli argini di un fiume; c) nelle campagne dello stato di New York?

4. Quale fu la nazionale di calcio che agli inizi degli anni ‘70 rivoluzionò le strategie tattiche del calcio imponendo il modello di gioco del cosiddetto calcio totale?
a) l’Argentina di Menotti; b) L’Italia di Valcareggi; c) l’Olanda di Crujff e Rinus Michel?

 

Domenico Mungo
 
 
 
mar 11

 


 

 
Entro in scena canticchiando “Country House” dei Blur…
 
“He lives in a house, a very big house in the country…”
Blur – The Great Escape (1995)
 
La casa, luogo in cui ci si rifugia, dimensione domestica, intima, sicura. La casa, immaginario collettivo di riverbero politico, storico e sociale. Si può raccontare la storia di questo Paese, tratteggiandone diversi periodi cardine attraverso alcuni momenti, alcune parole d’ordine, alcuni slogan che hanno posto il significato di casa nel proprio epicentro etimologico. La canzone che abbiamo utilizzato per l’intro, ad esempio, ha una doppia implicita ambiguità nella sua traduzione: “country” vuol dire sia campagna, rurale, bucolico ma anche patria, nazione, paese… la casa di campagna, bensì anche la casa della patria… la patria, la mia casa, la mia famiglia, il mio paese… mio padre… la mafia…il potere…
 
TUTTI A CASA
Era il 1943, il 25 luglio il consiglio nazionale del fascismo presieduto da Dino Grandi destituisce Mussolini, riabilitando i Savoia e mettendo alla guida del Governo di guerra il generale Badoglio. Mesi di entusiasmi popolari, di caos e di rinnovati e sospetti antifascismi dell’ultima ora conducono al fatidico 8 settembre. Il 5 settembre, a Cassibile, in Sicilia, viene firmato l’armistizio con gli angloamericani, che verrà reso noto dalla radio solo l’8 settembre. Vittorio Emanuele e la famiglia reale, Badoglio e i generali compiono una fuga ìgnominiosa dalla capitale verso Pescara, prima di imbarcarsi per Brindisi, lontani dalle truppe tedesche. L’esercito viene lasciato senza ordini, il paese è abbandonato in balia delle truppe naziste, che il 9 settembre varcano il Brennero. Lo stesso giorno gli antifascisti danno vita al Comitato di liberazione nazionale, chiamando il popolo “alla lotta e alla resistenza”. Per l’esercito italiano l’annuncio dell’armistizio è uno sfacelo: 60.000 fra morti e dispersi, 550.000 deportati in Germania; fra i superstiti, molti fuggono verso casa, molti danno vita a bande partigiane che animeranno la Resistenza. Il 10 settembre i tedeschi ottengono la resa dei contingenti italiani posti a difesa di Roma. Il 12 settembre un reparto di paracadutisti tedeschi, comandato dal maggiore Otto Skorzeny, libera Mussolini, che era stato confinato sul Gran Sasso, e lo conduce in Germania. Inizia la guerra di liberazione nazionale… i partigiani… il film, splendido, di Comencini, con un superbo Alberto Sordi…
 
LE CASE DEL POPOLO
Il fenomeno delle Case del Popolo ha una sua epoca: dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Quaranta del Novecento. Esso risponde ad un secondo bisogno popolare, quello di realizzare in comune le opere di progresso igienico e morale che non era pensabile ottenere con sforzi individuali, isolati. La Casa del Popolo fornì locali puliti, bagni, lavanderia; offrì pasti caldi, viveri a buon mercato; dispose di giornali e biblioteche accessibili a tutti e organizzò corsi d’ istruzione come l’università popolare, ma anche teatri e cinema.
 
LA CASA BIANCA
Il moloch, il simbolo, il riferimento dell’imperialismo mondiale, la dimora dell’uomo più potente del mondo uan cupola neoclassica che ricorda un’altra cupola neoclassica, quella del vaticano e quella invisibile della mafia…
 
La CASA NEL BOOM ECONOMICO
Inteso come la casa abitazione, simulacro della ritrovata stabilità sociale, della ricostruzione degli elettrodomestici, della televisione che esordisce in Italia nel 1954 trasmettendo al cronaca diretta di uan gara fra Fiorentina e Napoli disputata all’Olimpico di Roma e commentata dall’inconfondibile voce di Niccolò Carosio… ma anche la Casa Automobilistica italiana per eccellenza, La Fiat, che ne trasse beneficio e ne fu volano, implementando la produzione della 500 e della 600 e l’inizio del flusso migratorio coatto… sud-nord sola andata… mafiat…
 
YANKEE GO HOME
Hanno iniziato – con ogni probabilità – gli studenti degli anni ’70, per protestare contro la guerra in Vietnam. Hanno continuato, nei primi anni ’80, i pacifisti contrari alla dislocazione dei missili Cruise in Europa. Hanno proseguito i craxiani ai tempi di Sigonella (1985), credendo d’interpretare i desideri del capo. Hanno fatto lo stesso anche i pacifisti per contestare il governo D’Alema, ai tempi dell’intervento in Kosovo (1999), lo si scrive sui muri di Livorno di fronte alla basi Nato che inviano aerei e rifornimenti alla mattanza irakena… yankees go home, yankees go home, tornate a casa yenkees go home…
 
LA CASA E’ UN DIRITTO
Era lo slogan in voga negli anni 70 che guidava le occupazioni di case popolari sfitte, di complessi edilizi sigillati per le incheiste giudiziarie sui palazzinari, è lo slogan che impone la riforma dell’equo canone, dell’edilizia popolare, del diritto di tutti ad una abitazione dignitosa… era un’Italia di piombo… come gli anni che sarebbero arrivati…
 
CASE OCCUPATE
Forse uno dei capitoli fondamentali del conflitto sociale e politico in Italia, squatters, autonomi, situazionisti, fancazzisti, borghesi annoiati e giovani proletari e studenti animati dall’esigenza di autogestire la propia vita…dal leonkavallo al forte prenestino, da el paso al cox 18…
 
CASA DELLE LIBERTA’
Era il nome della coalizione del centro-destra italiano, fondata nel 2000 e guidata da Silvio Berlusconi.La coalizione venne costituita alla vigilia delle elezioni politiche del 2001 sulla base dei precedenti accordi che avevano riunito, nel 1994 e nel 1996 i partiti di centro-destra sotto le insegne del Polo delle Libertà e del Polo del Buon Governo. La Casa delle Libertà fu al governo dell’Italia nel quinquennio 2001-2006 e diede origine ad un governo (il Governo Berlusconi II) che risulterà il più longevo della storia della Repubblica…
 
CASA POUND
Adesso anche i fascisti occupano le case, e glielo lasciano fare…in un paese come questo…dove non bastano 100 passi per allontanrci dall’olezzo della fame di autoritarismo che lo assedia… il mio paese, la mia famiglia, la mia patria, la mia casa…
 
esco di nuovo cantando “Country House”…

 

 

Chi vuole essere Domenico Mungo?

1. Chi è il regista del film commedia horror.splatter del 2003 “La casa dei 100 corpi”?
a) Sam Raimi; b) John Carpenter; c) Rob Zombie, ex frontman dei White Zombies?

2. Qual’è il titolo originale della canzone rilanciata di recente da una roboante cover dei Pooh?
a) The house of the holy di Plant-Page;
b) Maison de la libertè di Apicella-Berlusconi;
c) The House of the rising sun di E. Burdon?

3. Cos’era la puppenhaus, tristemente famose nei campi di concentramento nazisti come case delle bambole?
a) una nursery;
b) il parco giochi dei figli degli ufficiali delle SS;
c) il bordello con accesso consentito solo agli ufficiali?

4. Come si chiama lo stadio di quando la bergamasca atalanta gioca in casa?
a) Euganeo; b) Natalino Palli; c) Azzurri d’Italia Brumana

 

Domenico Mungo
 
 
 
mar 04

Entro in scena e lancio l’RVM riferito all’incipit del film “L’Odio” con susseguente pezzo di Marley “Burnin’&Loatin” sugli scontri delle banlieu…

La Haine, Mathieu Kassovitz, nel 1995 esce nelle sale cinematografiche il film in bianco e nero: L’Odio. Questo film permise a Kassowitz di vincere a soli 28 anni il premio per la miglior regia al Festival di Cannes. E per dirla alla Kassovitz : fin qui tutto bene…

In bianco e nero, un giorno e una notte nella vita parigina di quei ragazzi della periferia senza studi e senza lavoro e senza niente, isterizzati dal vuoto e dall’assenza d’ogni collocazione sociale, nevrotizzati dalla mancanza di futuro, facilmente delinquenti perché privi di soldi, che in ogni metropoli del mondo mettono tanta paura agli altri, agli integrati. Ventiquattr’ore nella vita dei loro odiati nemici che li odiano, i poliziotti: l’odio reciproco è l’emblema del conflitto tra la società e i rifiutati, gli esclusi dalla società. E qualcosa che in Europa non si vedeva da tempo: un film contro la polizia. All’inizio, la polizia ha ferito gravemente in uno scontro un ragazzo arabo che poi morirà. Di qui, manifestazioni giovanili di protesta, fuochi, lacrimogeni, botte, auto rovesciate e arse, assalti al commissariato, vetrine in pezzi, slogan, feriti trascinati via per le gambe, fumo. Poi altre brutalità poliziesche, arresti abusivi, interrogatori abietti, razzismi socioetnici violenti, sino all’estremo colpo di pistola sfuggito a un poliziotto prepotente e sbadato, che fa esplodere la testa d’un ragazzo. Tre ragazzi simili, un nero, un arabo e un ebreo, sono i protagonisti di queste ore di massima tensione, impiegate pure in vagabondaggi inani e rischiosi che diventano un percorso attraverso la loro esistenza brutta. Alla maniera dello Spike Lee di Fà la cosa giusta, Mathieu Kassovitz, all’epoca 27 anni, parigino, figlio d’un cineasta e d’una produttrice, già autore di Matisse, premiato per la regia all’ultimo Festival di Cannes, ha fatto un film brutale e disinvolto, destrutturato e costruito con rigore: tempo condensato il cui trascorrere è scandito da cartelli, una pistola perduta da un poliziotto che serve da filo conduttore passando di mano in mano, l’agonia del ragazzo arabo colpito dalla polizia che assicura suspense, due parti simmetriche svolgentisi una a Parigi e una in periferia. Alla maniera del Martin Scorsese di Taxi Driver, Kassovitz ha fatto un film che è insieme drammaticamente realistico e sotterraneamente surreale. L’odio aggredisce un problema sociale francese in stile americano, ma si distingue da altri racconti neri della periferia, da tanti altri banlieue-film: per la sua durezza sovversiva, per la rabbia unita a svagatezza dei protagonisti, per il linguaggio gergale che imprime alla narrazione gran ritmo e una terribile energia. E’ questa la Parigi che svela l’anima contraddittoria della Francia, da sempre sospesa fra rivoluzione e reazione, vandeani e ugonotti, giacobini e bonapartisti, Robespierre e Danton, Vichy e il rifugio degli antifascisti, il maggio francese e i pogrom anti-immigrati, la battaglia di Algeri e Truffaut, Camus e Sarkozy…E’ questa la Parigi che evoca le fiamme delle sue periferie che diventano paradigma di tutto il mondo occidentale, presagio delle guerriglie di fine millennio, dei riot dei nuovi poveri e dei rifiutati, “la feccia” di Sarkozy, infatti… e questo film ne è acme assoluto. La miglior opera di un cineasta talentuoso e coraggioso, purtroppo smarritosi nel seguito di una carriera in chiaroscuro…una colonna sonora eccezionale, da Marley appunto a Coltrane, passando per i Cameo e misconosciute posse hiphop transalpine.

 

Esco di scena sulle note di “Je ne t’aime plus” dei Manonegra recitando l’incipit dell’Odio… È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani… A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l’atterraggio.
 
je ne t’aime plus mon amour
je ne t’aime plus tous les jours
je ne t’aime plus mon amour
je ne t’aime plus tous les jours
 
 

Chi vuole essere Domenico Mungo?

1. Cosa disse Materazzi rivolto a Zidane durante la finale dei mondiali del 2006 tanto grave da provocare al famosa testata, detta appunto, di Zidane?
a) “ci t’ammocca a soreta”
b) “volevo complimentarmi con te per il gustoso cus cus preparato testè da tua sorella”?
c) oppure un più prosaico ”preferisco la puttana di tua sorella”?

2. Come si chiamava il protagonista del capolavoro della letteratura francese “I miserabili” di Victor Hugo?
a) Barba Jaen; b) Papa Joan; c) Jean Berjen?

3. Chi fu il famoso regista francese autore di un divertentissimo libro sul cinema di Hitchcock?
a) Jacques Tatì; b) Jean Tigana; c) Francois Truffaut

4. Come si chiama il gruppo francese autore del pezzo “Sexy Boy”?
a) i Rockets; b) Daft Punk; c) gli Air

 

Domenico Mungo
 
 
 

je ne t’aime plus mon amour
je ne t’aime plus tous les jours
je ne t’aime plus mon amour
je ne t’aime plus tous les jours

parfois j’aimerais mourir tellement j’ai voulu croire
parfois j’aimerais mourir pour ne plus rien avoir
parfois j’aimerais mourir pour plus jamais te voir

feb 25

Entro in scena cantando “Il mare d’inverno” di Enrico Ruggeri…

Mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via.
Mare mare, qui non viene mai nessuno a farci compagnia.
Mare mare, non ti posso guardare così perché
questo vento agita anche me,
questo vento agita anche me…

Enrico Ruggeri – Presente (1983)
 

Si potrebbero citare versi di canzonette balneari, o di leggiadre e spensierate melodie irrorate di salsedine e ombrelloni multicolori. Si potrebbe scivolare sulle onde del surf e lasciarsi dondolare su scintillanti tramonti australi fra le braccia tornite di superbi esemplari di maschio atletico e di donne da sogno…tutto questo e molto altro ci sarebbe lecito fare con il tema di questa serata, disincarnando la mia naturale inclinazione alla pervasiva necessità di sommergere di nero il baluginante scintillio di questa febbrile notte di febbraio, ed invece, consueto al mio istinto solito, decido di ghiacciarvi le ossa per cinque minuti con il racconto di una storia… di una gran vita… finita, tragicamente, su una spiaggia in una notte di quarantanni fa…
 
Era la notte tra l’1 e il 2 di novembre del 1975. Pasolini era in giro per Roma. Aveva cenato con Ninetto Davoli e famiglia, al Pommidoro, poi era montato in macchina, forse in cerca di qualche avventura da dichiarato “frocio comunista”. Se ne parlava spesso: “quel frocio comunista di Pasolini”, si diceva. E la cosa era scomoda e strana, anche a sinistra. Anche nel Pci. Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975) è stato il più grande scrittore, poeta, linguista, giornalista e cineasta italiano del XX secolo. Fu colui che seppe interpretare con lungimiranza l’evoluzione di un Paese. Fu ucciso su una spiaggia. Come per un disegno del destino, da Pasolini stesso più volte evocato nei sui scritti. Nato a Bologna, ma di origine friulana trascorse molti anni dell’infanzia a Casarsa, paese immerso nei Carsi, dove i fiumi scompaiono all’improvviso sotto la terra per riemergere repentinamente altrove formando improvvise spiagge nascoste alla vista dei più. La spiaggia metafora della realtà che sgorgava dal ventre del maestro: non sono forse spiagge le immense e surreali borgate romane descritte in Ragazzi di vita o Mamma Roma? Dove il Cupolone svetta lontano sull’orizzonte come una nave alla deriva fra le nuvole azzurre? Non sono sabbiose e brulle, come spiagge sospese nel cielo, le ambientazioni dei Vangeli, non è forse un spiaggia di cemento quella Roma attraversata a bordo di una Alfa Romeo Giulia GT indossando gli occhiali con la montatura nera? Non erano le spiagge brulicanti di corpi al graticolar d’agosto meta delle fughe dei ragazzi di vita, delle sudate e chiassose famigliole del boom economico della neodomenica televisiva e cinematografica? Dei risultati elettorali e delle partite di calcio alla radiolina che si confondevano sovrapponendosi sempre con lo stesso responso? Quella Sabaudia in cui Pasolini giocava al pallone sulla spiaggia con i suoi amici, con Moravia. Era la spiaggia di Amado mio in cui si racconta di una vacanza, di un amore consumato in pochi giorni tra balli e battigie selvatiche. Erano spiagge, da Nord a Sud, quelle delle inchiesta Comizi d’Amore sul sesso, la liberalizzazione dei costumi e la questione femminile secondo gli italiani nel mezzo degli anni ‘60, erano spiagge alla ricerca di intimità quei campi di calcio abbandonati o quei boschetti nei pressi di Villa Borghese dove il maestro trovava rifugio con i suoi occasionali compagni. E fu proprio in una di queste spiagge dicevamo, che nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini venne ucciso in maniera brutale: battuto a colpi di bastone e travolto ripetutamente con la sua auto sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, vicino a Roma. Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6 e 30 circa. Sarà l’amico Ninetto Davoli a riconoscerlo. L’omicidio fu attribuito ad un “ragazzo di vita”, Pino Pelosi di Guidonia, nei pressi di Tivoli, di soli diciassette anni, che prontamente si dichiarò unico colpevole. Stando alla dichiarazione del giovane, la tragedia sarebbe scaturita per delle presunte pretese di carattere sessuale di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, sfociando in un alterco che sarebbe degenerato fuori dalla vettura. Lo scrittore avrebbe quindi minacciato Pelosi con un bastone del quale il giovane si sarebbe poi impadronito per percuotere Pasolini. La versione fu riportata dal telegiornale Rai il giorno dopo il delitto, violando le norme sul segreto istruttorio e venendo meno al carattere consueto di asetticità su temi sconvenienti all’allora etichetta televisiva. Ma come direbbe Lucarelli in Blu notte: Niente di Più falso. La Morte di PPP rimane uno dei misteri di Stato, una verità talmente chiara che è meglio non vedere. La tesi difensiva presentava evidenti falle: il bastone di legno marcio non sarebbe potuto risultare arma contundente; la corporatura esile di Pelosi non avrebbe potuto aver ragione su Pasolini, esperto di arti marziali, a meno di riportare ferite ed ecchimosi che di fatto erano assenti. Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio in concorso con ignoti e nel dicembre del 1976, con sentenza della Corte d’Appello, venne confermata la condanna.
Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un’intervista televisiva, affermando di non essere stato l’autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l’omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Non ha detto i nomi di questi presunti assassini, asserendo solo che essi avevano un accento siciliano. Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l’incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall’omicida, un “chiacchierato” intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio. A prescindere dai fatti e dalle reali responsabilità che hanno condotto alla sua morte, la fine di Pasolini sembra essere emblematica, al punto che alcuni hanno paragonato la sua morte a quella di Caravaggio.
 
 
Monologo sui mandanti: prego Santabarba…
 
Pasolini non fu ucciso da Pelosi, o meglio anche se fosse stato lui, cosa improbabile emersa già dalle molteplici incongruenze nelle indagini preliminari, nelle deposizioni e nelle ricerche effettuate subito dopo l’assassinio fra gli altri dal regista Sergio Citti. Intimo amico di Pasolini e da Oriana Fallaci, il 17enne ragazzo di vita sarebbe solo un esecutore o meglio un capro espiatorio per di più paradigmatico e simbolico. Pasolini fu ucciso dal potere, dalla mafia, da servizi segreti, dalla demagogia dei pre-potenti, dall’Italia bacchettona e democristiana, omofoba e neofascista, dall’ipocrisia e dall’avversione di tutti, dai compagni che voltavano la faccia dall’altra parte, dalla maggioranza silenziosa con i colletti bianchi e le mani macchiate di nero Petrolio, dalle sue inchieste verità su un’Italia troppo conservatrice e negletta, dalle verità scomode sulle stragi di Stato, sul caso Mattei, dall’IO SO prologo di quel lavoro mai compiuto che fu appounto Petrolio e che sarebbe dovuto essere la summa theologiae del pensiero del Poeta : dalle pagine che diventano pensieri, corsivi di vie nuove, che cercano sé stessi scavando nella calce dello stomaco. I prati polverosi, le magliette a righe in bianco e nero e Laura Betti grassa, il parcheggio vuoto e il corvo che saltella sul sentiero e racconta sempre la verità più semplice. Il senso di disarmo di un intero paese alla deriva, e poi fotogrammi, parole, ancora facce e gesti normali, universali e dolci e violenti, uomini contenti per una giornata al mare tra i mucchi di rifiuti e le radio che urlano sapori di sale e risultati elettorali sempre uguali. Centoventi giorni fra sodomiti e fascisti sanguinari, 120 giorni nel parcheggio vuoto…tutti questi insieme furono i mandanti della sua morte, efferata, crudele e spietata con inaudita ferocia. Nessuno meriterebbe di morire così, forse solo Pasolini se lo meritava, secondo “loro”. Paolini era tutto il simulacro di ciò che si poteva odiare, era tutto e il contrario di tutti, nessuna posizione mai comoda e conciliante, neanche con i suoi stessi compagni, dai quali veniva sovente ostracizzato, tantomeno dal resto di un consorzio civile impotente di fronte a tanta sublime, dolce e indifesa lucidità intellettuale, morale e politica. Pasolini andava ucciso, bisognava ucciderlo, era necessario e da tutti auspicato. Lo disse De Andrè chiaramente, in un’intervista, che lo “sbaglio” di quella storia stava nel fatto stesso che fosse accaduta, ché una vicenda come quella non era ammissibile in una società civile come quella italiana avrebbe dovuto essere nel 1975. De Andrè, nella solita intervista, non accenna apertamente alla fretta con la quale l’inchiesta fu archiviata, ma il testo della canzone reca una traccia chiara di quel dubbio sollevato anche da Marazzita-Calvi & Co. (e la Co. comprende pure gli avvocati dello stesso Pelosi, anch’essi convinti che, quella sera, all’idroscalo, ci fossero altre persone oltre alla vittima accertata e al carnefice ufficiale). Insomma, non sarà un caso se De Andrè canta di “una storia mica male insabbiata” e di “una storia da non raccontare”. E c’è un altro riferimento (probabilmente): quello all’eventualità di un movente politico: “è una storia vestita di nero”. D’altra parte, “quel frocio comunista di Pasolini”… Ma questa è solo un’ipotesi, direbbe Lucarelli. E come in una ennesima profezia, nel 1964, Pier Paolo Pasolini pubblicò Poesia in forma di rosa, di cui fa parte La Guinea. Più di dieci anni sarebbero passati prima che Pasolini morisse di morte violenta sullo sterrato dell’idroscalo di Ostia. E questo fu ciò che Pasolini scrisse in quella poesia (la recito indossando un paio di occhiali con la montatura nera):
 
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza, alzare la mia sola puerile voce, non ha più senso: la viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, nella più strana indifferenza. Io muoio, ed anche questo mi nuoce…
 
Rivolto al pubblico:
 
Ed è così che io esco di scena stasera
A bordo di una macchina sportiva grigio metallizzato che si muove sul selciato
Indossando Gli occhiali con la montatura nera
E la delicatezza nello sguardo più dolce e più serio che mai…
Buona notte a voi, italiani…

 
Esco sulle note de “Il mare d’inverno”…

Mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via.
Mare mare, qui non viene mai nessuno a farci compagnia.
Mare mare, non ti posso guardare così perché
questo vento agita anche me,
questo vento agita anche me…

 

 

Chi vuole essere Domenico Mungo?

1. Quale travestimento usavano i surfisti-rapinatori protagonisti di “Point Break”, celeberrimo film ambientato sulle spiagge della California?
a) Mao e i Santabarba; b) Berlusconi e Dell’Utri ; c) i presidenti degli Stati Uniti

2. Chi fu l’autore della canzone “Una storia sbagliata”, dedicata all’assassinio di Pasolini avvenuto sulla spiaggia di Ostia nel 1974?
a) Giorgio Gaber; b) Francesco Guccini; c) Fabrizio De Andrè

3. Chi è l’autore del best seller del 2008 “Kafka sulla Spiaggia”?
a) Kaled Husseini; b) Jonathan Coe; c) Murakami Haruki

4. Quale secondo voi la spiaggia sulla quale Domenico Mungo vorrebbe trascorrere una vacanza in compagnia delle Sick Girls di Scalo 76?
a) Ladispoli con Carlo Verdone
b) Acapulco con il suo amico brizzolato George Clooney
c) la spiaggia dei merenderos sul torrente Orco vicino Chivasso con Mattia dei Santabarba

 

Domenico Mungo
 
 
 
feb 18

Entro in scena cantando “Strangelove” dei Depeche Mode…

strangelove
strange highs and strange lows
strangelove
that’s how my love goes
strangelove
will you give it to me
will you take the pain
i will give to you
again and again
and will you return it

Depeche Mode – Music for the Masses (1987)

(album dei Depeche Mode che cita alcuni episodi bellici come “Mission Impossible” e “Agent Orange” in due ghost track significative)
 

Cito poi alcuni film e canzoni sulla guerra: La grande guerra di Dino Risi, Hamburger Hill, War del Boss, Hiroshima Mon Amour di Resnais, Il grande Dittatore di Chaplin, Il Cacciatore di Cimino, Apocalypse Now di Coppola, etc… ma a mio insindacabile giudizio il più rappresentativo è:

Dr. Strangelove
or how I learned to stop worrying and love the bomb

(Il Dottor Stranamore,
ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba)

(Gran Bretagna, 1963)

Musica: Laurie Johnson, canzoni e interpreti: “We’ll Met Again”, parole di Ross Parker, musica di Hughie Charles, cantata da Vera Lynn ,”Try a Little Tenderness” ,”When Johnny Comes Marching Home”.

In uno dei periodi più critici per il mondo intero, in piena guerra fredda, quel genio di Stanley Kubrick se ne uscì (nel 1964) con questa pellicola critica verso le istituzioni e la potenza militare, grottesca al punto giusto, ironica, pungente e di effetto sicuro. Forse il più geniale film della storia del cinema, riesce a mostrare la paura nei confronti dell’atomica, che tutto il mondo aveva, in maniera ironica e spassosa, lasciando comunque una scia di vero terrore, fino ad un finale che è tutto fuorchè divertente. Film antimilitarista per eccellenza, comprende un cast favoloso che ha in un Peter Seller, al culmine del suo istrionismo, il cavallo di battaglia. Straordinario anche George Scott. Indimenticabili i personaggi con i nomi grotteschi che vanno da Mandrake, al Dr. Stranamore, a Jack the Ripper e a King Kong. Straordinaria la scena del maggiore Kong che cavalca la bomba e indimenticabili le situazioni e i dialoghi che prendono vita nella War Room. Spettacolare, inoltre, la scena del Dr. Stranamore che, sulla sedia a rotelle, cerca di bloccare la mano che vuol fare il saluto ad Hitler. Perfette le musiche con il finale di “We’ll Meet Again” cantata da Vera Lynn e la regia di Kubrick. Questo film è la fine del mondo, senza via di scampo.

trama
Convinto dell’esistenza di un complotto interplanetario ordito dai russi per avvelenare le acque potabili degli stati non comunisti, il Generale Ripper, comandante della base militare americana di Burpelson, ordina ad una sua squadriglia di B52 di scatenare un attacco atomico contro l’Unione Sovietica. Il generale è l’unico a conoscere il codice segreto dell’attacco e taglia tutte le comunicazioni con il Pentagono. Quando viene a sapere la notizia il Presidente Muffley convoca l’ambasciatore russo De Sadesky nella sala da guerra del Pentagono e, contro l’avviso del generale Turgidson, il suo capo di Stato Maggiore che auspica una guerra atomica “limitata”, ordina al colonnello “Bat” Guano di attaccare Burpelson allo scopo di impossessarsi del codice con cui revocare l’attacco atomico. Ripper si suicida piuttosto che farsi prendere prigioniero ma il capitano Mandrake della R.A.F. scopre il codice segreto che può richiamare i bombardieri. Tutti i B52 rientrano alla base o vengono abbattuti dall’antiaerea sovietica, tranne quello del pilota T. J. “King” Kong (interpretato da Slim Pickens famosa star dei Rodei) che continua la sua missione. Il Presidente Muffley apprende al telefono dal primo ministro russo Kissov che all’attacco americano seguirà automaticamente il lancio da parte dell’Unione Sovietica del “grande ordigno”, una bomba nucleare gigantesca in grado di distruggere gli interi Stati Uniti. Nel frattempo Kong “cavalca” la bomba atomica che colpisce una base militare sovietica. Muffley si rivolge allora al suo consigliere, il paraplegico Dottor Stranamore, un ex-nazista, che prevede che l’umanità potrebbe sopravvivere a patto che alcune persone ben selezionate restino cento anni dentro i rifugi sotterranei. Un immane fungo atomico si diffonde su tutto il pianeta al suono della canzone “We’ll Meet Again” cantata da Vera Lynn.

dizionario dei film (Morandini)
Uno dei pochi capolavori di satira politica nella storia del cinema che riflette gli incubi apocalittici dei primi anni ‘60. Il più forsennato e meno controllato film di Kubrick con Peter Sellers in tre ruoli al culmine del suo istrionismo. Non vinse nemmeno uno dei quattro Oscar cui era candidato.

dizionario dei film (Mereghetti)
Dal romanzo omonimo di Peter George (co-sceneggiatore col regista e Terry Southern), un lucidissimo atto d’accusa contro la follia atomica e il militarismo, condotto con le armi del sarcasmo e dell’ironia: la catastrofe atomica che incombe sull’umanità è vissuta come un lungo, insistito rapporto erotico (“Iconologia fallica di missili e bombardieri, segretarie – amanti e fluidi vitali più o meno fecondi, equazioni per calcolare la sopravvivenza erotica e previsioni di accoppiamenti: la virilità tutta yankee dell’attacco a sorpresa è raddoppiata da quella più esplicitamente sessuale”), senza che lo sberleffo nasconda l’attacco ai miti cardine del potere, quali la scienza, l’efficientismo, la sacralità della proprietà privata, la logica distruttiva del sistema. Da antologia la telefonata tra il presidente americano e quello sovietico. In un cast superbo spiccano il generale guerrafondaio Buck Turgidson interpretato da Gorge C. Scott e i tre ruoli affidati a Peter Sellers: il capitano Lionel Mandrake, il presidente americano Muffey e il suo consigliere Dottor Stranamore, il cui braccio meccanico ne svela le origini naziste. Bellissime le scenografie di Ken Adam, come la sala da guerra del Pentagono.

per chi vuole saperne di più:

www.cineforum.bz.it/pellicola/archivio/registi/StanleyKubrick/films/dottor/index.htm
www.activitaly.it/immaginicinema/kubrick/stranamore_2.htm

aneddoti e curiosità:
- Peter Seller istrionico interprete di tre personaggi. Il destino del mondo legato ad una telefonata da 20 cent da in telefono pubblico, l’ottusità dell’ortodossia militare, la colonna sonora incredibile, le particolarità della fotografia (alcune scene di combattimento vero montate nell’assalto fratricida fa truppe usa nella base militare con sullo sfondo il cartellone “Peace is our profession”).
- la cinematografia di Kubrick legata spesso al tema della guerra esterna ed interiore (citare Paura e desiderio, Day of fight, Orizzonti di gloria, Spartacus, 2001 Odissea, Arancia meccanica, Full metal jacket, Barry Lindon, Shining, Eyes Wide Shut e tutti i romanzi da cui sono tratti)
- i continui riferimenti sessuali, l’ossesione di Kubrick per i numeri, le simmetrie, i riferimenti filosofici…..

Poi:
Recito il surreale dialogo fra Peter Seller e Dimitri Kissov:
“Dispiace anche a me Dimitri… Mi dispiace molto… Va bene, dispiace più a te che a me, però dispiace anche a me… A me dispiace quanto a te, Dimitri! Non devi dire che a te dispiace più che a me, perché io ho il diritto di essere dispiaciuto quanto lo sei tu, né più né meno… Ci dispiace ugualmente, va bene…? D’accordo.”
Peter Sellers-Mr Muffley (presidente Usa) al telefono con Dimitri (presidente Urss)

Degenero quindi in un pistolotto antimilitarista, citando War Pigs dei Black Sabbath e inveendo contro coloro, questi maiali della guerra, che giustificano la sete di sangue con l’esportazione coatta della democrazia omettendo che le guerre si combattono per il denaro e per i potenti…

E ora vi saluto con un breve ricordo di come la guerra possa dilaniare l’anima dei puri, citando l’ultima scena di Platoon di Oliver Stone pronunciata d un giovanissimo Charlie Sheen: ”la prima vera vittima della guerra è l’innocenza!”. Continuando la saga del padre, Martin Sheen, che interprete di Apocalipse Now si inoltrò nel Cuore di Tenebra del Vietnam alla ricerca del Colonnello Kurtz e della sua propria anima devastata dall’orrore della guerra…

E a tal proposito vi narrerò la storia di un uomo che non si piegò alla tracotanza della guerra e della sua folli imperialista… Racconto di Matthias Sindelar detto “cartavelina”, uno dei più grandi fuoriclasse di tutti i tempi. Nato nell’odierna Repubblica Ceca, in quello che ai tempi era ancora l’impero austro-ungarico, veniva appellato il “Mozart del pallone”, per l’armoniosità dei suoi movimenti sul campo di calcio. Centravanti della nazionale austriaca degli anni trenta guidata da Hugo Meisl, oltre che con la propria rappresentativa militò con Hertha Vienna e Austria Vienna rifiutando sempre, per amore della propria terra, di trasferirsi all’estero. Negli anni trenta la sua fama era pari solo a quella di Giuseppe Meazza in Italia e di György Sárosi in Ungheria: i tre erano considerati i più grandi calciatori del mondo dell’epoca. Al pari di Meazza, Sindelar fu uno dei primi sportivi a ricevere compensi per reclamizzare orologi, vestiti e generi alimentari: fu quindi uno dei primi sportivi ad avere degli sponsor personali.
Capitano dell’Austria che in seguito all’Anshluss del 1936 con l’annessione alla Germania di Hitler, rifiutandosi di giocare per la nazionale nazista piuttosto che fare il saluto nazista… preferì suicidarsi …

Esco cantando il ritornello di “Strangelove”…

 

 

Chi vuole essere Domenico Mungo?

1. Chi era il famoso attore e regista che appena venticinquenne nella metà degli anni ‘20 precipitò gli Usa nel terrore più profondo recitando alla radio il dramma “La guerra dei Mondi”, innescando una spirale di follia collettiva?
a) Fritz Lang; b) John Ford; c) Orson Welles

2. Qual è la famosa canzone dei Doors canovaccio dello splendido film di Coppola “Apocalypse Now”?
a) Unknow Soldier; b) Light my Fire; c) The End

3. Quale fu il disco più guerrafondaio del metal mondiale?
a) Reign in Blood – Slayer B; b) Chaos A.D. – Sepultura; c) Kill ‘em All – Metallica

4. Dove si tennero le Olimpiadi del 1980 boicottate da quasi tutti i paesi occidentali?
a) Pechino per il Tibet
b) Città del Messico per la strage degli studenti
c) Mosca per l’Afghanistan

 

Domenico Mungo
 
 
 
feb 11

Ed ecco il perché della cocaina. Non posso vivere senza far lavorare il cervello. C’è forse qualche altra cosa per cui val la pena di vivere? Ma venga un attimo qui, alla finestra. Si è mai visto un mondo più tetro, più squallido, più inutile? Guardi quella nebbia gialla che fuma e fluttua per le strade e va ad accumularsi sulle grigie facciate delle case. Cosa potrebbe esserci di più disperatamente prosaico e materiale? A che serve, Dottore, possedere doti, se poi manca la possibilità di sfruttarle? Il delitto è banale, l’esistenza è banale; e solo queste banali qualità, non altro, servono a qualcosa su questa terra.

Arthur Conan Doyle – Sherlock Holmes
“Il segno dei Quattro” (1890)
 

entro in scena e canto “Cocaine” di J.J. Cale…
 
 
La cocaina, il più potente stimolante del Sistema Nervoso Centrale presente in natura, viene estratta da due piante che crescono spontaneamente in Sud America. La Eritroxylum Coca cresce nei climi umidi della foresta tropicale delle Ande Peruviane Orientali (Perù, Equador, Bolivia). Le foglie vengono macerate ed amalgamate sino a formare una pasta da cui, per raffinazione, si ottiene una polvere cristallina biancastra che contiene il cloridrato di cocaina. La Eritroxylum Novogranatense cresce nelle regioni montuose aride della Colombia, della costa Caraibica del Sud America e della costa settentrionale del Perù. Le foglie del genere Trujillo vengono coltivate legalmente in Perù ed esportate in New Jersey dove la Stephan Chemical Company estrae la cocaina per scopi farmaceutici. La Coca-Cola utilizza ancora oggi il prodotto decocainizzato delle foglie come aromatizzante. Una abitudine questa, già cara agli Incas. La parola “Coca” deriva infatti da kuka, il nome proprio della pianta in lingua quechua. E’ possibile però che la parola coca derivi dal linguaggio di una popolazione indios antecedente all’avvento degli Incas, gli Aymara, capaci di coltivare e usare la proprietà della pianta; in lingua Aymara “Coca” significa semplicemente “la pianta”. Sicuramente i poveri nativi americani, massacrati di Conquistadores, non potettero far altro che nutrirsi di coca per dimenticare l’orrore… Bisognerà attendere il diciannovesimo secolo, perché si iniziasse a capire che cosa rendeva le foglie di coca così uniche quando, nel 1860, Albert Niemann riuscì ad isolare una sostanza, cui diede il nome di “cocaina “. Fu in questo periodo che molti scienziati europei ed americani iniziarono a studiare gli effetti psicostimolanti della cocaina e delle foglie di coca. Unanue, Humboldt, Spruce, Markham e Mantegazza descrissero tutti con grande chiarezza e dovizia di particolari gli effetti della sostanza. Nel 1880 le foglie di coca entrarono nel Prontuario Farmaceutico degli Stati Uniti d’America, mentre la cocaina fu approvata come medicinale nel 1890. Sei anni prima in Europa, l’allora giovane neurologo viennese Sigmund Freud aveva applicato i suoi studi sulla sostanza, che egli raccomandava come toccasana per moltissime malattie, tra cui la depressione di cui era afflitto e dalla quale diceva curarsi con basse dosi croniche di cocaina. Si racconta che Robert Louis Stevenson avesse pensato i personaggi i personaggi di Dr. Jekyll e Mr. Hyde come due opposti effetti della cocaina che gli era stata prescritta da Freud come antitubercolare. L’oculista cocainomane Sir Arthur Conan Doyle, autore di Sherlock Holmes, racconta dell’uso di cocaina fatto dal noto investigatore. Verso la fine del diciannovesimo secolo, il giovane chimico corso Angelo Mariani realizzò un vino a base di coca, che fu subito acclamato da cantanti d’opera e musicisti come ottimo rimedio contro il mal di gola, come stimolante e tonico tanto da far meritare al suo inventore la medaglia dell’Accademia Medica di Francia. Lo zar e la zarina, i regnanti inglesi, i sovrani svedesi e norvegesi, il re Norodom di Cambogia, il comandante delle forze francesi in Indocina, il comandante generale dell’esercito britannico e persino il papa Leone XIII furono assidui consumatori del vino “drogato”, tanto che il suo creatore ricevette dal successore di Pietro una medaglia “ad honorem”. Molti intellettuali del tempo facevano uso del Vin Mariani; fra essi gli scrittori Dumas figlio, Verne, Rostand, Zola, France e Ibsen, la divine Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse, i compositori Gounod e Massenet, gli artisti Rodin, Robida e Chéret, Celine, I futuristi, Aldous Huxley che fu poi anche raffigurato sulla copertina di Sgt Pepper’s dei Beatles e ispirò Jim Morrison e i Doors. A questo punto anche gli imprenditori americani giudicarono vantaggioso investire nel mercato dei prodotti a base di cocaina. Fu così che J. S. Pemberton lanciò sul mercato la French Wine Coca, indicata come ottimo stimolante nervoso e tonico. Il proibizionismo mise fuori legge tutte le preparazioni a base di alcol e Pemberton fu costretto a ripiegare inventando quella che diventerà una delle più famose ed imitata bevande della storia: la Coca-Cola, ottenuta con estratto non alcolico di foglie di coca e noci di cola africana, disciolta in un dolce sciroppo di caramello.

 

alcune canzoni famose dedicate alla droga:
 
heroin, i’m waiting for my man, metal machine music di lou reed, cocaine di j.j. cale, drugs dei talking heads, sister morphine, sticky fingers, brown sugar, lady jane dei rolling stones, dirt degli alice in chains, with a little help to my friends, lucy in sky with diamond dei beatles, perfect prescription dei spacemen 3, the piper at the gates of dawn, a saucerful of secrets dei pink floyd, adventures beyond the ultraworld degli orb, marijuana dei fugs, the dopesmoker degli sleep, spine of god dei monster magnet, cocaine blues di johnny cash, snowblind, sweet leaf dei black sabbath, hawkwind, motorhead tutta la produzione psichdelica, sniffin glue dei ramones, doors, mettiamoci pure un po’ gli iron butterfly di in a gadda da vida, velvet underground e lou reed, o red hot chili peppers, i nirvana, tricky, aphex twin, led zep, depre dei subsonica… uno status symbol…

 

 

Chi vuole essere Domenico Mungo?

1. Chi fu il grande scrittore inglese autore di Brave New World che ispirò fra gli altri i Beatles e i Doors?
a) Ray Bradbury; b) Benny Hill; c) Aldous Huxely?

2. Quale calciatore argentino che militò anche in Italia fu sorpreso più volte positivo all’antidoping per cocaina?
a) Diego Simeone; b) Diegone dei Medusa; c) Diego Claudio Caniggia?

3. Quale gruppo rock italiano ha sempre inneggiato all’uso della marijuana dedicadogli adirittura una canzone, Canapa, e invitando a coltivarla?
a) i Pooh; b) i Cugini di Campagna; c) i Punkreas?

 

 

Sensomutanti e la droga
di Domenico Mungo

tratto da “Sensomutanti – L’amore ai tempi del Daspo” di Domenico Mungo,
Tirrenia Stampatori, 2003, Torino – 2° ristampa Boogaloo Publishing, 2008, Rovereto.
 

Avevamo già inghiottito dal naso inspirando lavica, candida, soporifera morte. Il viaggio orizzontale dissolveva in direzione di versanti opachi e repentinamente fluorescenti. Camminare conviene talvolta. Siamo profondamente consapevoli che il giorno per noi non è mai luminoso e di attraente parvenza, ma ci esercitiamo a tumulare la quotidianità sotto la sepolcrale pietra del senso che muta. Nottambuli come vampiri sintetici erriamo nel nero che si avverte a percezione di chi sa vedere nel buio. Non è poi così difficile resistere nelle ovvietà fino a quando è necessario. L’attesa che si incunea nell’abbrunire fino all’oscurità è semplicemente la parte liturgica necessaria e propedeutica al rito che verrà.
 
 
Spaccata in 4di4per4

Dal palmo della mano fluisce dissolvendosi in adrenaliniche molecole d’alcool. La resa non sempre è assicurata, ma vale per quello che si deve. La scossa erotizzante prepara alla transizione di alterazioni, attraversando trasparenti corporeità ormai disgiunte e devastate, sull’orlo del collasso imminente. In realtà i corpi dissimulano in stato di quiete la loro naturale propensione al sinuoso contatto che ora disinibisce in sfregamento materializzandosi soffice e sensuale, edificando affinità mentali insospettabili altrove che qui. Le nostre azioni, imbevute nel liquido amniotico dell’alcool, si sintetizzano nell’affronto alla presunta superiorità di coloro che esercitano la prassi della normalità. Noi, i sabotatori di ogni ordine naturale delle cose. Noi, incursori ormonali e lascivi del perbenismo manierato. Diversi e uguali, ci scontriamo senza toccarci raggiungendo la medesima meta…
 

Interno latrina in sodomia corpo 8

Ora io e il mio amico, chiusi nell’interstizio fra le bianche mattonelle del bagno in cui ci troviamo, scaviamo un altro solco fra la nostra consapevolezza e la colpevole viltà che ci accompagna da sempre. “Dammi la cartina e preparami un filtro”. “La sigaretta ce l’hai tu? Io le ho finite, prima con quella tipa laffuori… figa vero… però…” “ooooohhh stà cazza di cartina me la dai !!!!???” “minchiastattentoilpippotto, che cazzo soffi? Arrotola stò deca e menati e non ci rompere i coglioni che io sto ggià distrutto, ddioffàà come stò squagliato e fai sta canna!!!” “passami il cocktail… mmmmmaaaaaahhhh… buona sta coca… a stò giro c’ha trattato bene il tipo” “stasera al Market o al Caffè Blu… andiamo a fare beneficenza…?” “quale cazzo di Caffè Blu… lo sai che sto ancora preso male con P… poi allo Shock c’è Turi… la serata rock, la musica è regolare, poi se vado al Blu mi devo attaccare, farmi le paranoie stasera non c’ho testa… oh chiedi se c’è del fumo, fatti fare un altro drink…” “ieri sera ho calato davvero troppo. Avevo tre pezzi di bamba, me li sono pippati con quella del Transilvania, quella che fa la cameriera e lavora nel sexyshop…” “quale, la tettona dark. Quella che mi faceva i pompini mentre lavoravo alla porta del…” “Ah, ti faceva i pompini pure a te? E quanti minchia ne siamo a Torino ad averglielo ammollato…ahhahhahh!” “stasera mi devo beccare la bionda” “Si ma che cazzo c’entra con quello che ti stavo raccontando. Allora mi sono pippato sti tre pezzi con la tipa e poi…” “stasera devo beccarmi la bionda…” “oh m’hai sentito? Tu stai già fuso che fai schifo… hahahahahhaaahha… non ci stai dentro! Senti me l’hai masterizzati i Refused? Ho comprato l’ultimo Down, Phil Anselmo è una bestia, solo lui e zio Rollins ce la possono fare a superare indenni i quaranta…” “Allora ti dicevo, ho pippato con la tipa. Poi siamo andati a casa di una sua amica che fa la modella e si fa chiavare da quelli che fanno i video dei gruppi per farglieli conoscere. Così fra un video e l’altro, una scopata e l’altra…” “poi ho trovato Knut e Snapcase e per corrispondenza ho preso anche quello dei Converge, una mazzata di Posthardcore che…” “OHHH, molla sta bamba, te la stai pippando tutta da solo. Dammi qua, passa, porca troia… Ma mi stai ascoltando?! Cazzo sembri una rivista musicale, e questo così e quello cosà, minkia me ne fotte in questo momento dei tuoi fottutissimi dischi… molla qua!”. Il danno. Cento carte di fumo, ottimo, che rimbalza contro le parte del cesso, come una saponetta schizzata via di mano, vedi la parabola che muore nel buco della turca: flop! Addio. “porcaputt… m’hai fatto cadere il fumo dentro il cesso! guarda dov’è, prendilo… sono centomila di tasca mia!” “essì che ero Trainspotting, che mi tuffo dentro la tazza a pescare la pasticca… mavaffanculovà… a proposito spacca stò trip e passami da bere…” “ce ne andiamo?” “andiamo và! Ma porca troia il fumo…”
 

In a box

Forse tutto questo non fa male. Forse serve solo a rallentare tutto, imbiancandolo sofficemente di ovatta cloroformizzata che ci anestetizza dal bruciore delle nostre cicatrici. Come la cocaina rende insensibili la bocca e il naso agli sfregi insanabili della normalità, permette alle membra di mutarsi e penetrarsi, comprimendo il dolore, azzerando la memoria. Le finestre dei palazzidormitorio che riprendiamo con la mia videocamera sembrano mute e apparentemente prive di vita e le ruote della macchina che attraversa la notte uggiosa sferzano l’asfalto gravido di pioggia livida. Io e il mio amico abbiamo deciso di riprendere con una videocamera le nostre peregrinazioni notturne, per ricordarci, per verificare se è vero che siamo in grado di comunicare senza parlare, semplicemente muovendoci nella stessa direzione. Tenetelo sempre a mente questo particolare. Tutto quello che si dice qui è fedelmente immortalato da una microscopica webcamera. Anche quello che non si vede, e che esiste solo nella nostra testa. Noi siamo insieme in tutto questo. Nessuno escluso. “…e intanto l’aria intorno è più nebbia che altro, l’aria è più nebbia che altro….” Scendiamo e proseguiamo a piedi. Il freddo e la pioggia sferzano i nostri visi smunti e di candore arrossati, ma come l’agopuntura non procurano fastidio, anzi, ci sollevano un poco. Le note di un pianoforte alticcio risuonano rincorrendosi sotto le volte sabaude del salotto buono di Torino, s’infrangono contro le vetrine scintillanti di benessere e ci ricadono addosso stridenti e dissonanti. Ora siamo in bilico, lo stato delle cose è sul punto di scoppiare inesorabilmente o di incancrenirsi definitivamente, oscillando sul baratro al di sotto del quale gli oceani e i corpi celesti copulano increspandosi di nero sperma magmatico e vivificante. Dobbiamo muoverci!
“Facciamolo stanotte!” esordì ”facciamo tutto e vediamo La Fine come ci accoglierà”.
 

Domenico Mungo
 
 
 
feb 04

 


 

 

entro in scena citando le parole di Battiato…

l’impero della musica è giunto fino a noi
carico di menzogne
mandiamoli in pensione i direttori artistici
gli addetti alla cultura
e non è colpa mia se esistono spettacoli
con fumi e raggi laser
se le pedane sono piene
di scemi che si muovono
up patriots to arms, engagez-vous
la musica contemporanea, mi butta giù…

Franco Battiato – Patriots (1980)
 

L’etimologia, come conoscenza del vero e del reale senso delle parole (sebbene lo stesso termine greco étymos è di origine incerta!) ci suggerisce sorprendenti scoperte riguardo la storia delle parole stesse e la collocazione che esse hanno nella storia dell’umanità. È il caso precipuo della parola “carriera”, tema di questa nostra puntata de Il Salotto di Mao. Essa prende origine dalla parola latina “carraia” (via o strada), che era la strada percorsa e percorribile dai buoi. Orbene un sussulto ci innesca il cuore, possibile che il mito al quale la maggior parte di noi genuflette la propria vita, in realtà riconduce ad una immagine così umile e priva di fascino? Un’idea di complessiva e animalesca determinazione indotta, come quella di essere assimilati a dei bovini che espletano la propria esistenza terrena legati ad un giogo, percorrendo una strada cieca e predestinata? Ed in effetti pensiamoci, cosa significa fare carriera ad esempio nel mondo della politica, dell’arte, della musica, dello sport, ovvero di tutti gli ambiti in cui settimanalmente ci avventuriamo attraverso il pindarico planare degli spazi di visibilità mediatica che lei mi consente, caro Dottor Mao. Pensiamo ad esempio a quante vite rovinate dalle carriere e quante carriere rovinate dalle vite, a quanti sacrificano affetti, valori, famiglia, rispetto di se stesso, degli altri, dell’etica, della pulizia intima ed esteriore… a quanti vendono l’anima pur di poter percorrere quella strada intasata da milioni di altri buoi determinati a fare carriera… quanti piccoli uomini si trasformano in emuli del Dottor Faust che cedono se stessi in cambio non della conoscenza assoluta, bensì della fama e dell’affermazione. Gloria Imperitura è ciò a cui si aspira, peccato mortale per i credenti, massima aspirazione per i materialisti epicurei. Ma noi, e lei ne è emblema insieme a benemeriti Santabarba, caro Mao, siamo degli indomiti e incorreggibili epicurei materialisti e pantagruelici, insaziabili ricercatori dei piaceri della carne e dell’affermazione del nostro essere… ed in quanto tali la nostra carriera si riassume nei nostri successi, nel numero di copie vendute di dischi come nel suo caso, di libri come nel mio, di apparizioni televisive e radiofoniche, delle volte che si è citati ed invitati in pubbliche esibizioni, della massa di promoter, direttori artistici, agenti e autori e gestori di locali che lottano per accaparrarsi le nostre prestazioni artistiche, dal numero e dalla vistosità delle donne con le quali ci presentiamo in pubblico… io ho inteso citare i versi del sommo poeta Franco Battiato in apertura di questo mio tedioso intervento, poiché scorgo nella polemica esplicita e proverbiale di quella famosa strofa, la denuncia più spietata a coloro fra quelli che hanno iniziato a considerare l’arte e la cultura come un bene di consumo e in quanto tale costruirvi le loro carriere, inutili e superflue invenzioni di chi senza talento alcuno si fa direttore artistico dell’esistenze e del talento altrui (polemico)… ma la carriera è anche la storia umana e sociale della vita di ognuno, carriera sovrapponibile talvolta al termine curriculum vitae, la cui etimologia bovina è la medesima di cui sopra, e che descrive un diagramma degli alti e dei bassi, delle cadute e delle repentine risalite che costellano il nostro percorso terreno. La carriera è fatta di scelte, di stili di vita, di compromessi, di colpi di culo, di essere al posto giusto al momento sbagliato, di sliding doors che possono invertire il corso intero di un’esistenza. Per fare carriera talvolta ci serve il coraggio, altre volte bisogna solo essere dei vili e dei traditori. L’Italia ad esempio è il paese in cui si può far carriera diventando nel giro di qualche lustro presidente del consiglio, partendo dal pianobar di una nave da crociera, passando attraverso condoni edilizi, stallieri di cosa nostra, logge e compassi, leggi ad hoc, Craxi e puffi, squadre di calcio e tanta ma tanta ma tanta tv… il paese in cui un capostazione originario della provincia di Siena da osservatore delle giovanili della j**e, diviene in vent’anni il deus ex machina del calcio italiano, edificando un sistema di connivenze pregresse e successive, in grado di trasformare gli eventi sportivi in precisi esercizi criminosi e palesi abusi di potere… il paese in cui decine di funzionari della Digos e della polizia di stato, dei carabinieri e dei servizi prendono a calci in faccia, torturano e massacrano centinaia di manifestanti durante il G8 di Genova e anziché essere condannati, fanno carriera raggiungendo gradi sempre maggiori nella scala gerarchica delle rispettive funzioni e ruoli nella sicurezza nazionale… ma le carriere spesso sono state metafore romantiche, drammatiche o semplicemente grottesche di come i 15 minuti di celebrità possano illuminare in maniera accecante qualcuno per poi porlo nel dimenticatoio della memoria collettiva, e a me piacerebbe a tal proposito menzionar i casi eclatanti di alcuni calciatori ad esempio, che sono una categoria sovente bistrattata e indicata dai più come simulacro dei mali effimeri che assediano la società dei consumi, e che invece sono di una tenerezza e tragicicomicità disarmanti… chi si ricorda di tale Luciano Mannari, detto Lupetto, giovane centravanti del Milan di Sacchi, cresciuto sotto l’ala protettiva di fuoriclasse olandesi come Gullit e Van Basten, esordiente in una canicolare amichevole di lusso contro il Real Madrid al Santiago Banabeu, il primo settembre del 1989, autore di una spettacolare rete in grado di ammutolire e condurre all’ammirata estasi sportiva ottantacinquemila tifosi merengue, bissare il tutto con una doppietta alla Juve e poi consumarsi tra infortuni e incomprensioni in una carriera fra le provinciali conclusasi nell’oblio. O ancora la storia di Egidio Calloni, anch’egli centravanti che si divise fra Inter, Verona e Milan e proprio militando fra le fila rossonere alla fine degli anni settanta si guadagno l’epiteto di Sciagurato Egidio, dalla virulenta penna del grande gioannin brerafucarlo, in virtù di alcuni clamorosi strafalcioni sottoporta che ne fecero l’ingiusto emblema del barocchismo elevato all’ennesima potenza, macchiandone per sempre una altresì gloriosa e dignitosa carriera? Come dimenticar allora Marco Pacione, che chiamato a sostituire i blasonati Rossi, Serena e Briaschi in una semifinale di Coppa Campioni contro il Barcellona in una serata d’aprile del 1986, sbagliò di tutto e di più rimanendo inciso a sangue nella memoria di tutti come di uno dei fenomeni da baraccone calcistico più scarsi che abbiano indossato quella casacca… casi della vita, incongruenze illogiche, ingiustizie del fato… la carriera che si infrange sullo scoglio di una serata no, di un periodo negativo, di una parola di troppo… nulla paga in questa vita se non il sangue e il sudore caro Mao e spesso questo non basta neppure… la vita è sogno come recitava nel 1635 Pedro Calderón de La Barca, e in quanto tale vittima dell’imponderabile al limite dell’incubo e della meraviglia… ed in quanto tale il percorso delle nostre esistenze, delle nostre carriere ne viene gravemente modificato ed influenzato… talvolta i fallimenti costituiscono subliminali vittorie dell’anima così come taluni successi ed affermazioni sottoscrivono la caducità della giustizia e il trionfo del male e del pressappochismo. A tal proposito vorrei concludere questo mio intervento citando un rapido epigramma che è in realtà il testo di una stupefacente canzone, contenuta nell’altrettanto stupefacente album “Pura Lana Vergine” dei nostri concittadini Fluxus. L’album è del 1998 e loro ritengo essere un emblematico caso in cui la carriera intesa come successo e riconoscimento non abbia fatto rima con le effettive potenzialità dell’ensemble. Sottovalutati dalla critica e dal pubblico e volontariamente confinatisi in un minimalismo espositivo coerente con i propri principi libertari ed esistenziali ma penalizzante nel tributo di fama e onori. In esso militavano Franz Goria alla voce e chitarra, oggi frontman dei Petrol, Luca Pastore al basso affermatosi come prezioso, originale e visionario film e video maker, Luca Rabellino alla batteria, Simone Cilotto già Nerorgasmo alla chitarra, Marcello Marcelli al secondo basso e per quell’album anche del contributo essenziale di Max Bellarosa ex C.O.V. e oggi alma mater degli Sberlicchio. Un breve eponimo che sintetizza la carriera come qualcosa in grado di trasformare sogni, necessità e bisogni in un istante…
 
 
In un istante
 
tutto ciò che credi sia impossibile
tutto quello che non si realizza
che non può accadere
ieri come oggi come domani
l’impossibile, il miraggio, l’utopia
tutto questo accade in un istante
tutto ciò che credi sia impossibile
tutto quello che non si realizza…

 
Fluxus – Pura Lana Vergine (1988)
 
 
 
Chi vuole essere Domenico Mungo?
 
1. Chi era il celeberrimo pugile afro americano che all’apice della propria carriera mutò il proprio nome e si convertì all’islamismo?
a) Primo Carnera; b) Rocky Balboa; c) Cassius Clay – Mohamed Alì
 
2. Come si intitolava il primo album che segnò l’inizio della mirabolante carriera del grandissimo musicista torinese Mao?
a) Viva le cale; b) Valetantovale; c) Sale
 
3. A quale immenso calciatore si attribuiscono mille reti in carriera?
a) Simone Barone del Toro detto “l’inutile”
b) Sampaio de Souza Vieira de Oliveira Brasileiro detto Socrates
c) Edson Arantes do Nascimento detto Pelè, o’rey, la perla nera
 
4. Come s’intitolava il libro d’esordio del nostro concittadino Giuseppe Culicchia?
a) Tana liberatutti!; b) Non parlarmi nun te sento; c) Tutti giù per terra
 
5. Quale fu la prima carica di cui fu insignita una giovanissima Simona Ventura nel lontano 1987?
a) Laurea Honoris Causa in semiotica del media televisivo
b) debuttante del sacro ordine delle orsoline maggiori
c) Miss Nocciolina di Chivasso
 
 
 
Amo i treni
reading musical poetico tratto da “Avevate ragione voi” di Domenico Mungo
parole e voce di Domenico Mungo, musica di Mao e i Santabarba
 
Amo i treni.
Amo il loro odore di chiuso, di raffermo e malsano stantio.
Amo i treni
amo stupefatto la loro meticolosa casualità quando decidono loro
i treni nel disporti sui sedili solo
o in compagnia di silenziosi viaggiatori solitari
di troppo invadenti famiglie e donne vistose e rumorose.
amo i treni
e la loro staticità dinamica.
Posso scrivere, guardare il panorama che scorre fuori dal finestrino
e di come esso si rincorra fisso per parecchi minuti sullo stesso oggetto,
o casa, o centrale elettrica, o paesaggio pianeggiante uniforme.
Amo i treni
perché dentro di essi nei loro vagoni assuefatti alla promiscuità transitoria delle genti
delle pelli che bruciano delle mani che sudano delle gambe che si sfiorano
mi è concesso un privilegio arcano.
Amo i treni
perché dentro di loro io posso studiare le vite degli altri
e immaginarmene un’altra fra le mie che non ho mai posseduto.
Amo i treni
posso chiudere gli occhi e dormire come non riesco a fare quasi mai
nel mio letto bollente come un oceano di olio di soia cinese
evitando di sognarti, preferibilmente.
Amo i treni
perché sento nel sonno che il braccio cede
la mano s’incespica priva di sangue e si fa fardello pesante e immobile
e il mento smascella nel rantolio del sonno sommesso e inquietante
per gli altri che guardano e ridono sul treno di fronte a me.
Amo i treni
che corrono nel baluginare di fuochi fatui d’inverno
carcasse di mobili infranti carovane di zingari e clown.
Amo i treni
che corrono e corrono ed io posso ancora credere
e sperare che il treno non si fermi mai più.
Amo i treni
e i loro ritardi cronici che fanno saltare ordini,
orari e cronologie di arrivo a destinazione
e ci fanno vivere il tempo e il viaggio in virtù della casualità,
non dell’orario ferroviario.
Amo i treni
che passano in mezzo fra le montagne e la spiaggia di cemento,
dietro un albergo in riva al mare.
La metafora del treno uguale allo scorrere della vita,
mai figura retorica fu più azzeccata.
Scorrono i paesaggi fuori dal finestrino.
Saranno per sempre gli stessi ed ogni altra volta differenti.
Basta sapere se si dovrà di nuovo passare su quegli stessi binari
o non doverlo fare mai più.
Il treno scorre all’incontrario rispetto al senso della sua destinazione finale.
Quasi a volercene allontanare anziché condurci lì.
Ed è quella che definisco senza alcun pudore
la menzogna del viaggio.
 
 
Domenico Mungo
 
 
 
gen 24

 


 

 
Ingresso su base di Disco Labirinto dei Subsonica,
Canto il ritornello con Mao e coinvolgo il pubblico a tenere il coro e il tempo…

vorrei una discoteca labirinto
bianca senza luci colorate
grande un centinaio di chilometri
dalla quale non si possa uscire
salta!
lovely, lovely, lovely, lovely, lovely, lovely

(Subsonica)

Caro dottor Mao, lei sa che la mia più grande gioia nella vita è stata tenere in mano e parlare dentro il multifunzionale microfono di Samuel durante la presentazione che facemmo insieme io e lei agli Amici di Piero al Cacao… emozioni indescrivibili…(ironico) Comunque, caro Mao… Che icona, la discoteca! Come un’immensa astronave aliena, appoggiata sui bastioni di Orione in bilico fra il sogno e la follia di Erasmo. La discoteca, corpi che si dimenano al ritmo incalzante e dionisiaco di bassi, feedback e frequenze medie spropositati all’umana tolleranza in un baluginare stroboscopico ed epilettico: un immaginario sacrificale eretto su cumuli di culetti e tettine rivestiste di strass ed epidermici veli, roteanti su vertiginosi tacchi di desiderio, pronti ad offrirsi in sacrificio ora erotico ora saffico in un gioco di ammiccamenti e effimere citazioni perverse. Design futuristici, retrò, barocchi, kitch, innovativi, aeriformi, essenziali, dove le perversioni fetish degli architetti e degli arredatori possono raggiungere il climax della propria creatività senza correre il rischio di essere impalati alla gogna come blasfemi bestemmiatori del buon gusto. La discoteca luogo trasversale e democratico di appuntamento, dove la musica diviene via via un pretesto alla socializzazione scarna e solipsistica di questo millennio danzereccio iniziato negli anni sessanta in una fumosa bettola parigina chiamata Le Whiskey a Go Go grazie all’intuizione della splendida Regine, evolutosi negli anni settanta fra Saturday’s night fever, supecoattoni in pantaloni a zampa e camicia aperta fino all’ombellico in pelvici atteggiamenti danzerecci, ingrigitosi e divenuto marrone come dice Jonathan Coe nella Banda dei brocchi: gli anni ottanta“il decennio marrone”… dove però la discoteca ospitava anche i punk, o darkettoni, da Manchester a Londra fino a Milano, rincoglionitosi di droghe sintetiche nei novanta fatti di rave illegali e pastiglie smerciate a buon mercato, disintegratosi nella globalizzazione coatta del terzo millennio dove tutto è così veloce e furiosamente biodegradabile e destinato ad essere risucchiato in un vortice di campi elettromagnetici. La discoteca che si affaccia nella mia memoria di viandante claudicante e tremolante attratto a suo tempo dall’incalzare vorticoso della realtà circostante in continua ed affascinante mutazione. Era discoteca quella che da giovanissimo mi aprì ai piaceri delle prime sigarette clandestine, consumate in cunicoli pomeridiani di week end urbani in cui andare a ballare significava invertire il grigiore delle giornate scolastiche, dei compiti a casa, delle interrogazioni a sorpresa, dove il mistero gaudioso delle scoperte della pubertà si mescolava alla gioiosa frenesia della vita in costruzione. Era la discoteca che si chiamava Studio 2, dove l’interclassismo e la promiscuità degli stile di vita giovanili scendevano ad una fermata dell’autobus in via Nizza e si riproducevano in concerti memorabili, serate animate da giovani dj di barricata divenuti oggi famosi critici musicali e miscelatori di suoni d’alto livello, dove tutto era a nostra disposizione e bastava allungare la mano per prenderlo. Era discoteca il big di corso Brescia, dove si incrociavano live di punk rock e avanguardie musicali varie con i piatti rutilanti di vinili gloriosi, in battere, in levare, in moto perpetuo. Hiroshima Mon Amour è stata discoteca, e tutti i luoghi che avevano e avevamo contributo a restituire alla vita collettiva, riesumando catapecchie demaniali in disarmo, fabbriche in dissoluzione organica, capannoni e vecchi asili e scuole senza più bambini da contenere. Si chiamarono per semplicità centri sociali o case occupate o squat.. ed affianco alla militanza politica, al principio del do it yourself e del possesso fisico, materiale e creativo del proprio tempo libero e sociale, si iniziò a mutuare l’idea della discoteca alternativa rispetto ai luoghi fosforescenti di immagazzinamento coatto di decine di centinaia di giovani griffati e turbotenenti, animato dal testosterone e dall’esibizionismo di ogni status symbol raggiunto. I tecnorave illegali di El Paso, del Prinz Eugen, delle varie fabbrichette della suburbia, dei Docks Dora, della Delta House, del Barocchio…i rave bucolici nelle radure padane furono per alcuni anni le nostre discoteche..salvo poi ritornare vecchi e stempiati alle discoteche con i giocatori, le veline, i bellimbusti con auricolare, i vocalist androgini, le cubiste virago, i privè, le feste della maglietta bagnata, di Rhianna, Madonna e Ace of Base. Ma quello che vorrei raccontare sono i nomi dei luoghi, le cosiddette discoteche, i rave, le feste i concerti… il Piper a Roma dove Patty Pravo era la principessa di un’intera generazione di beatnik ribelli che si dilungava in agosto sulla Versilia alla Capannina o in riviera ligure e adriatica, poi lo Studio54 di NY il luogo deputato a rappresentare per sempre l’idea della discomusic più tamarra e genuina (quella di Le freak c’ést chic per intenderci HW&F, Diana Ross, Donna Summer, Bee Gees etc) e soprattutto per il CBGB’S, un corridoio angusto che ospitava i Ramones e tutta la progenie a venire della scena punkhc americana. Il Factory di Madchester dove Ian Curtis pensava già a quanto stretto dovesse essere quel nodo scorsoio. E poi il periodo che venne dopo, ciò che immaginavamo e sapevamo e vedevamo succedere a Londra, New York e Berlino, alle nostre mega-astronavi disperse nelle campagne, all’Ultimo Impero di Airsca, al Number One, al Due di Cigliano, oppure a quelle disseminate nelle vie cittadine il Pick up, il Charleston, il Top Nephenta, il Barrumba, Zona Castalia, il Polaroid, il Metro, il Texido, il Supermarket, Caffè Blue, Centralino, Crossover lungo i corsi come il Patio, avvolti nelle colline come l’Hennesy, nei parchi come il Cacao o lungo gli argini del fiume come Giancarlo, il Beach, Il Dottor Sax, il Jamming e l’Alcatraz. non c’è pudore nel rammentare e citare questi luoghi. È l’essenza della discoteca, che può essere ovunque, basta volerlo. Dentro un casermone in cemento e vetro e acciaio chiamato Panorama bar nel centro postsovietico di Berlino, in un bosco della toscana più recondita illuminato da generatori e fotoelettriche a bpm esecrabili e ipnotici, in un soggiorno della casa di famiglia durante una festa delle medie. La discoteca cantata dagli U2 e dagli 883 dai Daft Punk, dai Chemical e da Nino D’angelo, la house e l’hardcore, la minimal fighetta e intellettualoide di x-plosiva e la tunzatunza da radiodiggei, l’algida elettro scandinava, le piste da ballo trasformate in arene di pogo selvaggio. Il Muretto di Jesolo e le spiagge di Ibiza, la Disco Labirinto dei Subsonica e di Morgan, degli Underworld di Born unSlippy, del trip hop Massive attack e Tricky. Degli Eiffel di Blue, di Krakatoa ed Ellen Alien. La discoteca caro Mao, cari Santabarba e spettabile pubblico in sala e in streaming, è cultura, controcultura, movimento rivoluzionario e immobilismo reazionario al contempo, progresso e riflusso, espediente e necessità, virtù e vizio, degenerazione verso il nulla e paradigma di controllo sociale e persecuzione disperata. Luogo di scontro, di incontro, di amore e di tradimento. Un universo così vario e fantasiosamente libero in cui ognuno di noi può e deve realizzare il suo sogno infinito: danzare chiudendo gli occhi e librarsi alle stelle a dancefloor to heaven parafasando i Led Zep…

E quindi vorrei salutarvi declamando gli immortali versi di una poetassa che ha preferito mantenere celata la sua identità sotto uno pseudonimo altero e misterioso… prego Santabarba… una base in 4/4, tipo… discoteca appunto:

lunedì sera, la discoteca
martedì sera, la discoteca
mercoledì che mal di testa, ma sono andata alla discoteca
giovedì sera, la discoteca
venerdì sera non volevo andarci ma Fabio è venuto a cercarmi
e allora sono andata, alla discoteca
sabato sera, la discoteca
domenica alla discoteca
su le mani!

(Exch Pop Tru)
 

 
Chi vuole essere Domenico Mungo?
 
1. Come si chiamava all’apogeo degli anni 90 la discoteca di Airasca oggi conosciuta con il nome di Privilege?
a) Baia imperiale; b) Colonna infame; c) Ultimo impero
 
2. In che celeberrimo album dei nostri amati concittadini Subsonica è contenuta l’hit Disco Labirinto? Microchip Emozionale (1999).
 
3. Qual è l’esclusiva discoteca milanese tempio delle veline, di corona e dei calciatori dell’Inter in particolare?
a) Leokavallo’s; b) Appiano Gentile; c) l’Hollywood?
 
4. Dove si esibirono agli esordi i Doors?
a) al Palaisozaki con i Subsonica per il capodanno del 1961
b) al Rolling Stones di Milano con Leone di Lernia in occasione del compleanno di Nikki
c) al Whiskey a Go Go di LA?
 
(domanda di spareggio)
5. Dove spacciava pasticche, speed e cocaina il buon Mao, agli esordi della sua carriera per mantenersi giovane bohemien?
a) al Patio; b) all’Hypnos di Via Gottardo; c) ai giardinetti di Piazza Sassari?
 
 
Domenico Mungo
 
 
 
gen 17

L’Amerika. È l’epicentro dell’immaginario politico, culturale, artistico estetico più contraddittorio e affascinante che possiamo considerare. Un coacervo di ossimori e smentite refrattarie alla logica razionalistica dell’antropologia sociale, come solo gli organismi multicellulari possono essere. ed è questa la mia America. Non un luogo di consenso assoluto, non il demone del male, ma il simulacro di qualcosa che ha insito in se i prodromi dell’antidoto alla sua soverchiante mania di controllo e di espansionismo. Ecco vede con lei, caro dottor Mao, con i Santabarba e con il gentile pubblico mi piacerebbe brevemente farvi accomodare su un mezzo di locomozione qualsiasi, scegliete voi quello che vi è più affine, che meglio vi introduce alla metafisica del viaggio e lasciatevi guidare attraverso quest’altra America, edificata sulle storie, sulle persone e sui luoghi che rendono l’Amerika il nostro demone più maledettamente seducente. La mia America è quella che nasce dal giuramento solenne di una costituzione che è elaborata sulla carta dei diritti dell’uomo e che costruisce la propria storia sull’olocausto sistematico dei nativi americani. La mia america è quella che sancisce l’autonomia e l’indipendenza degli stati che ne costituiscono la equilibrata confederazione e poi si distingue in guerre espansionistiche in Messico e Sudamerica a partire dalla fine del XIX secolo in avanti
La mia america è quella proclama dio, patria e famiglia come cardini fondamentali del diritto civile e della società, che non garantisce i servizi sanitari pubblici dove gli uomini senza lavoro non esistono per la società e poi devasta famiglie, dei e patrie altrui in nome della difesa e dell’esportazione della SUA democrazia. La mia america è quella della seconda guerra mondiale che sconfigge i demoni dei totalitarismi nazifascisti e poi cerca di uccidere la Corea, il Vietnam, l’Europa, l’Italia, il Cile, El Salvador, Cuba…con i sui servizi segreti, con il patto atlantico, con la conquista di tutti gli spazi possibili, da quelli globali alle profondità siderali. Per esempio posso citarvi rapidamente la storia della Signora Claire Boothe Luce ambasciatrice americana in Italia negli anni 50 che censurerà il r’n'r. una donna dal fascino incredibile, capace di rinunciare agli agi delle comodità altoborghesi per convertirsi ad un feroce e profondo cristianesimo, una pasionaria wasp, e avere un peso nella storia della cultura e della politica americana fondamentale nel secondo dopoguerra. Sarà lei ad ideare quel gigantesco piano di aiuti americani all’Europa devastata dalla guerra che sarà poi chiamato Piano Marshall, ma soprattutto avrà un ruolo fondamentale nel tentare di contrastare la diffusione del rock’n’roll nel mondo. Il rock: qui finisce il viaggio nell’america che tutti noi amiamo, amanti della musica, dell’arte, del cinema, della letteratura, dell’estetica, del dissenso e del libero pensiero, l’america ch adoriamo e alla quale dobbiamo la fortificazione dei nostri cromosomi liberartari. Penso e cito l’america vista dalle Langhe attraverso gli occhi di Cesare Pavese nella luna e i falò, a quella antologica di Edgar Lee Master, del blues e del delta del Mississipi, all’America processata da Maccarty, a quella Hollywood coacervo di registi e attori liberi. Penso all’America di Dylan, di Woodie Guthrie, dei redneck dei romanzi di Stainbeck, Salinger, Borroughs, Ginsberg, Bukowski. Penso all’america della East Cost e della Route 66, all’America di fragole e sangue e Easy Rider, di Angela Davis, all’America hardcore del punk Jello Biafra dei dead kennedies che si presenta aspirante governatore della california 20 anni prima di conan il barbaro e raccoglie 200000 voti rischiando di trasformare il congresso in un palco rock. Penso all’america delle città della musica da Memphis alla reazionaria Nashville passando per la California del surf e del punkhc, alla LA dell’omonima rivolta, di Rodney King dei ghetti e dell’hip hop di Ice-t e PE, dei RATM che suonano di fronte a Wall Street, la Seattle di Hendrix prima di Curt Kobain dopo e del più alto tasso di suicidi al mondo sempre. Penso all’algida Boston dove il postpunk è viscerale e antistiemico e al Rock Against Bush. Ai Devo e al Boss. Penso alla grande mela come al più fantastico contenitore di contraddizioni fatta realtà urbanistica e multietnica, ai Sonic Youth, a Brian Eno, ad Andy Warrol, a tutti quei sabotatori delle consuetudini maleodoranti. Penso all’america dell’11 settembre, il giorno in cui la grande menzogna ha finito per sgretolarsi sotto il fuoco infernale della propria follia e della propria coscienza.

 

Chi vuole essere Domenico Mungo?
 
1. Chi è il regista italiano autore del film “L’America” che nonostante il titolo nulla ha a che fare con il tema della serata? Gianni Amelio.
 
2. Di quale regista è opera il celeberrimo film “C’era una volta in America?”
a) Martin Scorsese; b) Carlo Vanzina; c) Sergio Leone
 
3. Come si chiama la band punk che ha invaso le charts con l’album “American Idiot”?
a) Red Hot Chili Peppers; b) Elio e le Storie Tese; c) Green Day
 
4. Come si chiama il mediocre attore di Hollywood divenuto presidente degli Usa negli anni 80? Ronald Reagan.
 
 
Domenico Mungo
 
 
 
gen 10

 


 

 
Alcuni aneddoti introduttivi sulla fabbrica: per esempio si potrebbe citare la storia di Meroni, la romantica e sfortunata farfalla granata, il giocatore simbolo di una Torino Granata e operaia che trova nel suo stravagante e fortissimo attaccante la personificazione di un minimo riscatto sociale e dell’emancipazione dal sistema capitalistico gestito dalla Fiat sulla città e dalla Juventus nello sport. La notizia che il giovane beatnik della fascia destra, fuor da iperbole il George Best italiano, fosse entrato nel mirino della società bianconera come ipotetico rinforzo dell’attacco, rimbalzò attraverso il tam tam mediatico dell’epoca e causò per protesta il blocco della produzione nell’indotto metalmeccanico della Fiat, principalmente da parte degli operai delle aziende di Pianelli, presidente del Torino Calcio. Si può quindi affermare che fu questo il primo caso di boicottaggio sportivo attraverso i metodi di protesta e rivendicazione tipici della lotta di classe in Italia. Possiamo poi identificare la fabbrica come luogo simbolo dell’urbanizzazione tardo-razionalistica e speculatoria di una città come Torino, ma anche la fabbrica come luogo di coercizione e di memoria rimossa in virtù della edificazione di quartieri dormitorio e centrali del commercio massimalista. Come se sulle baracche dei campi di Aushwitz e Dachau una enorme colata di cemento avesse cancellato e azzerato il ricordo della vergogna e dell’orrore.

 

La fabbrica che ho visitato oggi
di Domenico Mungo
 
Riduzione della piece musical-poetica il “Suono di Torino” messo in scena il 27 febbraio 2007 insieme a Gipo Farassino, la sua band, Mao e Paolo Parpaglione presso Spazio211 a Torino, in occasione della serata in memoria di Cate.
 
Parole e voce di Domenico Mungo, accompagnamento musicale Mao e i Santabarba.
 
La fabbrica che ho visitato oggi è morta con la speranza di rimanere viva. La fabbrica che ho visitato oggi sono solo insipide strutture scheletriche che hanno sostenuto acciaio per oltre un secolo. La fabbrica che ho visitato oggi non contiene più nel suo ventre operai ricurvi e svuotati di energie e sogni. La fabbrica che ho visitato oggi ingabbiava metano, antiruggine e liquidi combustibili. E spurgava fumi da infinite teorie di ciminiere bianche. La fabbrica che ho visitato oggi è acciaio e terra fuse insieme a sostenere il nulla pneumatico: abbattuti I palazzi di vetro dalle finestre con niente sopra circondate di mattonelle bianche. Niente più archivi, niente più schedari, niente più scrivanie. Fulminate le lampade al neon, scaraventati sul pavimento gli appendiabiti, strappati i calendari appesi al muro, arrugginite le biciclette legate con le catene nelle aie. Tutto spianato. Azzerato. Sepolto sotto la coltre di polvere sottile che intasa le narici del cuore, ingigantisce l’asfissia degli occhi accecati dall’evolvere del progresso. L’officina Stella Rossa, edificata nel quadrante che va da Piazza Pier della Francesca all’incrocio fra Via Cigna e Corso Novara era la fonderia della Fiat, in realtà ideata come lager dei dissidenti, il confino in cui venivano trasferiti per ordine del Cavalier Valletta gli operai e i sindacalisti politicamente attivi, in pratica quei rompicoglioni di comunisti e anarchici, è ridotto ora ad un ammasso di tralicci ispidi e insignificanti. Senza soffitto, senza motori, senza rumori. Senza respiri.
Le colonne portanti, come mostruosi alberi preistorici si stagliano verso il cielo rosso di acciaio fuso. I tralicci arancioni graffiano le nuvole come anoressiche dita rivolte all’insù. Vuoto su vuoto. La fabbrica che ho visitato oggi è un mondo senza più viscere e senza sangue. E al suo posto Un enorme quartiere dormitorio: non più fabbriche ovviamente, né cavalcavia, né mucchi d’erba refrattaria, né palazzine bianche di vetro azzurro e mattonelle, né uffici, né gabbiotti di guardia, né biciclette appoggiate ai muri sberciati. Niente. Nessuna memoria per gli indifferenti che passano in auto sulle rotatorie megacommerciali. Solo Cattedrali dell’ipercapitalismo e casermoni residenziali. Ipermercati, megaparchi acquatici e ambientali in un piatto panorama metropolitano. Niente più operai, niente case di ringhiera, nessun indizio. Non un teatro, non un cinema, non una biblioteca civica. Non un oratorio. Niente! Solo dinosauri urbani e industriali in estinzione, che lasciano carcasse e fossili dietro di se. Ceppi di ciminiere senza fumo come scolorite cartoline d’epoca da collezione. Solo uomini e donne che vengono schiacciati e cancellati in preda ad una irrefrenabile isteria tecnologica collettiva. Invero nient’altro che poveri esseri senza più alcuna memoria di se stessi.
 
 
Domenico Mungo
 
 
 
gen 03

Il concetto di macchina è di per se un pensiero assolutamente affascinante. Implica qualcosa che è al di là della semplicità umana, ma se ne serve per funzionare o addirittura per essere creata e concepita. L’uomo senza macchina, che sia essa una macchina semplice o complessa, non può nella società contemporanea sopravvivere. Che sia un semplice switch, un interruttore che accende la luce o il frullatore o un vibratore viola, o che sia la risultanza della disciplina della macchina, ovvero dell’insieme delle conoscenze umane al servizio della tecnologia che permette i viaggi interplanetari, così come il miracolo della telefonia cellulare, la trasmissione di dati e informazioni in campi magnetici concentrici. Inoltre la macchina come insegna anche Kubrick in 2001 Odissea nello Spazio, per quanto perfetta e infinitamente attigua alla mente umana, non può prescindere dalla dipendenza da essa e finisce per implodere, impazzire, imballarsi. Così come la letteratura fantascientifica, da Isaamov a Philip Dicke a Ray Bradbury ha immaginato fantastici mondi futuri completamente soggiogati dal potere delle macchine ribellatesi al dominio spirituale ed etico dell’uomo. Regalandoci capolavori assoluti come Blade Runner, Terminator, il già citato Kubrik e saghe interminabili come Star Wars, Incontri Ravvicinati paradossalmente grotteschi come in Cronenmberg. Ma la macchina è anche la possibilità di viaggiare nel tempo per modificarlo, attenuarlo e migliorarlo come in La macchina del tempo (romanzo di fantascienza di Herbert George Wells pubblicato per la prima volta nel 1895). È una delle prime storie ad aver portato nella fantascienza il concetto di viaggio nel tempo basato su un mezzo meccanico, inaugurando un intero filone narrativo che ha avuto particolare fortuna nel XX secolo. Oppure nel teatro classico il deus ex machina era colui che arrivava al momento giusto dall’alto per redimere situazioni altrimenti insolubili – definire perché l’etimologia. Ma macchina è anche sinonimo di meccanismo, di ingranaggio, di orologio, di tempo e spazio infinito e talmente esorbitante da schiacciare anche il più vanaglorioso degli esseri umani sotto il suo peso immanente. La macchina è quindi perifrasi dell’universo, dal motore immobile aristotelico alla monade di Leibniz, dalla concezione di meccanicismo celeste determinato dall’essenza assoluta di dio tanto cara alle religioni monoteistiche così come alle più moderne teorie new age. Ma anche di sistema di governo e controllo sociale, economico e politico, in inglese la macchina intesa dai luddisti era il simulacro del potere risultante dall’applicazione sistematica del capitalismo, quindi distruggere la macchina significava sabotare il sistema capitalistico fin dalla sua più remota e pragmatica origine, la catena di montaggio. Ma noi abbiamo anche una concezione molto utilitaristica della macchina, la macchina diviene sinonimo di automobile, semplificando in una parola un complesso consorzio di ingranaggi, pulegge, pistoni, circuiti elettrici, freni, olio, coppe, alberi motore, scocca, design di carrozzeria… quello che ci trasporta e ci fa dire sono venuto in macchina non ne è altro che una semplificazione, di per sé molto affascinante. E la musica, il cinema e la letteratura sono farcite di riferimenti, immaginari e macchine, intese come automobili e non solo che vorrei sommariamente ricordare:

- Tin Machine (1988) due album all’attivo, guidati da un Bowie in versione rock postpop e dance, colonna sonora di quel film Velvet Goldmine che fu il manifesto della glitter generation.

- Rage Against The Machine (1991) fondati da Zack de La Rocha e Tom Morello, ci hanno regalato uno degli album epocali del hard rock crossover contemporaneo. RATM appunto del 1992 in piena rivolta di LA, derivativo (dal funk al rap all’hc) seminale e ispiratore di band e stili a venire.

- Pretty Hate Machine (anche noto come Halo 2) è il primo album dei Nine Inch Nails uscito nel 1989, preceduto dal singolo Down in It che segna la svolta definitiva del genio creativo di Trenz Renzor verso lidi dell’Industrial Elettro Hard Pop.
 

in letteratura e in arte
 
dall’esaltazione dei futuristi “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia“. Questo si dice tra l’altro nel Manifesto del Futurismo, lanciato il 20 febbraio 1909 da Filippo Tommaso Marinetti sul giornale parigino “Le Figaro”.
 
alla avversione di Pirandello: E queste sono le riflessioni di Mattia Pascal “Oh perché gli uomini… si affannano a rendere man mano più complicato il congegno della loro vita? Perché tutto questo stordimento di macchine? E che farà l’uomo quando le macchine faranno tutto? Si accorgerà allora che il progresso non ha nulla a che fare con la felicità?”. “La scienza ha l’illusione di render più facile e più comoda l’esistenza… con tutte le sue macchine così difficili e complicate… E qual peggior servizio a chi sia condannato a una briga vana, che rendergliela facile e quasi meccanica?“.
 
 
leggere citazioni a conclusione intervento
 
Fino alla macchina di Pasolini Alfa Romeo Giulietta GT con la quale vagava per Roma e dalla quale fu scaraventato fuori, massacrato e travolto più volte ad Ostia la notte del 2 novembre del 1975, ad opera di una masnada di ragazzi di vita al soldo dei fascisti e della mafia.
 
 
citazione alcune delle macchine famose nel cinema
 
- la mitica Lancia Aurelia B24 guidata da uno splendido e arrogante Gassman
- Cortona nel Sorpasso di Dino Risi, 1962.
- la mitica BluesMobile dei Blues Brothers, classe 1974 Mt. Police Monaco Sedan
- 007 James Bond: Goldfinger Rolls Royce
- 007 James Bond: Thunderball Aston Martin DB5
- Christine 1958 Plymouth FURY
- Scarface 1963 Cadillac Series 62
- Starsky & Hutch: Ford Gran Torino
- Supercar: Knight Rider KITT
- The A-Team Van with BA Baracus
- la 500 di Mao
 
 
 
Chi vuole essere Domenico Mungo?
 
1. Chi è l’autore del famoso brano intitolato Pink Cadillac? Il Boss (1982) per Bette Midler poi sua.
 
2. Chi è lo sfortunato interprete di Ritorno al Futuro, dove compare una macchina del tempo? Michael J. Fox (1985) di Zacakis.
 
3. Gossip calcistici: quale società di calcio italiana ha collezionato vittorie e scudetti regalando agli arbitri i nuovi modelli di auto della casamadre Fiat?
 
4. Quale è la famosa casa automobilistica italiana che ha per simbolo quello dell’aviatore romagnolo della prima guerra mondiale Francesco Baracca (1888-1918) ceduto personalmente dalla madre nel 1923 come portafortuna a un Enzo Ferrari pilota automobilistico e presente sia nel marchio della Ferrari che in quello della Scuderia Ferrari? Il cavallino rampante.
 
5. Almeno tre accostamenti della parola macchina con un aggettivo o un attributo: per esempio macchina da sesso!
 
 
Domenico Mungo
 
 
 
gen 02

Gli editoriali pubblicati di seguito sono scritti da Domenico Mungo come testi del suo intervento settimanale a Il Salotto di Mao, ogni sabato dal vivo presso il Fluido di Torino e trasmessi in streaming sul sito di ToFx www.torinoeffetto.com. Tali editoriali vengono pertanto postati integralmente nella loro forma aperta di flusso di parole, mantenendo la struttura originaria simile ad un vero e proprio copione. Inoltre in appendice di ciascun editoriale sono pubblicate le domande e le relative risposte del quiz “Chi vuol essere Domenico Mungo?”, momento ludico oggetto di fervente partecipazione di pubblico e di concorrenti…
 

Domenico Mungo