Il Salotto di Mao – 02/05/09
(www.cortocorto.it – puntata numero sedici – in collaborazione con www.vitaminic.it)
Claudio Pizzigallo
Il Salotto di Mao – 02/05/09
(www.cortocorto.it – puntata numero sedici – in collaborazione con www.vitaminic.it)
Claudio Pizzigallo
L’INGHILTERRA
Metafora di un paradosso
Di Domenico Mungo
« Io sono un anti-Cristo / io sono un anarchico /
non so quel che voglio / ma so come ottenerlo /
voglio distruggere il passante / perché voglio essere l’anarchia »
(Anarchy in the U.K. – Sex Pistols, 26 novembre, 1976 )
Un paradosso, dal greco parà (contro) e doxa (opinione), è una conclusione che appare inaccettabile perché sfida un’opinione comune.
Ebbene qual è care amiche e cari amici del Salotto di Mao, uno dei più grandi paradossi della storia dell’umanità fatta nazione, se non l’Inghilterra, la Britannia raggiunta da Giulio Cesare infestata dai Galli, la Perfida Albione tanto vituperata e avversata da Benito Mussolini?
La patria della Magna Carta Libertatum, la prima costituzione, il primo documento fondamentale per la concessione dei diritti dei cittadini, che sancisce il diritto e la tutela delle libertà penali e della limitazione dei poteri del monarca che altresì si ripropone ancora nel XXI secolo con la più longeva e tradizionalista monarchia della storia dell’uomo. La patria di Shakespeare ma anche dei Take That, l’alveo della Riforma anglicana ispirata dallo scisma di Enrico VIII e delle sue tendenze poligame nel XVI secolo e di Jack Lo Squartatore, mistero classico della letteratura horror e seriale mai risolto forse proprio per coprire le manie omicide e le perversioni sessuali di alcuno molto vicino alla corona reale se non addirittura consanguineo. La patria della nascita del gioco del calcio moderno e del fair play, la cui nazionale è seguita nel mondo da una transumanza di alticci lanzichenecchi e le cui gesta delle squadre di club sono sottolineate dalle scorribande hooligane: come dimenticare la mattanza dell’Heysel o la strage di Sheffield? Capace, l’Inghilterra di superare la propria altera riottosità sportiva e vincere un mondiale solo se fatto in casa in una discussa edizione del 1966. La terra dei contrasti e delle fazioni, da Cromwell e la sua New Model Army ai seguaci dei Beatles e degli Stones a quelli dei Blur o degli Oasis. La terra del Punk, detonazione situazionista che assalta le fondamenta della bigotta e reazionaria società britannica a suon di quattro accordi illetterati e sguaiate invocazioni alla rivolta sociale e al nichilismo, i Sex pistols contro o Clash, il punk autodidatta contrapposto al rigore ipertecnico e barocco dell’academy del progressive rock. Scrittori e poeti illuminati e visionari immersi nel grigiore di città portuali e minerarie come Liverpool e Porthsmouth. L’infinito derby della Premier League con un dozzina di squadre londinesi, fra le quali quelle più vincenti sono delle vere e proprie multinazionali e multirazziali ensamble. E così via in una infinta contrapposizione di spinte in avanti e giudiziose marce indietro. L’Inghilterra che crea un impero sul quale non tramonta mai il sole e che domina le colonie con sorprendente democrazia e poi insanguina l’Ulster con il tallone spietato dell’imperialismo coatto. L’Inghilterra che ispira l’anticomunismo dei regimi totalitari nazifascisti per poi pagare un elevato tributo di sangue agli stessi durante la seconda guerra mondiale e la battaglia aerea…comunque mode ed ispirazioni, guardare a Londra per noi giovani punk significava cogliere intuizioni, fascinazioni, spunti…gli squat e le autogestioni vengono comunque ispirate da una London non più molto easy e swinging, capelli a caschetto e pantaloni a sigaretta…vespe e scarpe di cuoio italiane, Quadrophenia e l’heavy metal…o quante ottime cose, dall’isola quante lacrime e quanti sorrisi…quanti amori e quanti dolori…quanti viaggi pagati coi sogni e quante nottate sui ponti di vento…
E noi con loro non ci siamo mai amati, piuttosto annusati e mai alleati…forse perché loro credono di essere meglio ma sono né più e né meno coi nostri difetti e vizi di forma uniti…dialetti che sono linguaggi, regioni che sono fazioni…
l’ultima avventura britannica che ricordo è di qualche settimana fa:
eravamo a far la foto del G20, c’erano tutti, ovviamente c’ero anche io a far le corna da dietro…
ma c’era anche Obama allorché si iniziò ad udire uno che urlava:” hey mr Obama, mr Obama, here’s mr Berlusconi…!”…e la Regina sbottare, altera ed imperturbabile
“Ma cos’avrà da urlare sempre, quello lì?”
eppure le dico caro Mao e cari i miei Santabarba vi saluto e saluto questo splendido pubblico… canto le liriche rauche di Giovanni “il sfottuto” Johnny Rotten e le mischio con quelle del sommo menestrello romano appellato Baglioni che pressappoco faceva così…
viva viva l’inghilterra
pace donne amore e liberta’
viva viva viva l’inghilterra
ma perche non sono nato la’
per poi virare su right now…
E concludere con
I am an antichrist
I am an anarchist
Dont know what I want but
I know how to get it
I wanna destroy the passer by cos i
I wanna be anarchy !
No dogs body
Anarchy for the u.k its coming sometime and maybe
I give a wrong time stop a trafic line
Your future dream is a shopping scheme cos i
I wanna be anarchy !
In the city
How many ways to get what you want
I use the best I use the rest
I use the enemy I use anarchy cos i
I wanna be anarchy !
The only way to be !
Is this the m.p.l.a
Or is this the u.d.a
Or is this the i.r.a
I thought it was the u.k or just
Another country
Another council tenancy
I wanna be an anarchist
Oh what a name
Get pissed destroy !
CHI VUOL ESSERE DOMENICO MUNGO? L’INGHILTERRA
1- Contro quale nazionale di bassissimo livello l’Italia di Edmondo Fabbri subì la più umiliante e proverbiale sconfitta della sua storia il 19 luglio del 1966 a Middlesbourgh?
A- Cipro B- Emirati Calabri Uniti C- Corea del Nord?
2- Con quale pseudonimo artistico si è rivelato come star assoluta della dance elettronica internazionale il bassista dei seminali e ultrapop londinesi degli anni 80 The Housemartens, tale Norman Cook?
1- Dan the Automator 2- Tricky 3- Fatboyslim
3- in quali atteggiamenti equivoci è stato immortalato il boss della formula uno mondiale, l’inglese e flemmatico Oswald Mosley?
1- mentre adescava allupate ottuagenarie all’uscita dagli uffici postali dopo aver riscosso la pensione convincendole ad investire sul piano casa del premier berlusconi?
2- Mentre si spazzolava i peli pubici con una strigliera del cavallo personale del principe carlo, ovvero her majestic camilla parker nella sala dei ricevimenti di buckingham palace?
3- Mentre si faceva frustare come un pizzigallo qualsiasi legato e vestito da sadonazi da un gruppo di procaci escort filosickgirl?
Domanda di riserva
Quale band torinese ha firmato per prima in assoluto un contratto con una casa discografica inglese, la earache?
A- Subsonica B- mao e la rivoluzione C- Linea77?
I SOLDI
di Domenico Mungo
Introdotto da
Se potessi avere 1000 lire al mese
di Gilberto Mazzi (1939)
Se potessi avere mille lire al mese,
senza esagerare, sarei certo di trovar
tutta la felicità!
Un modesto impiego, io non ho pretese,
voglio lavorare per poter alfin trovar
tutta la tranquillità!
Se potessi avere . . .
ebbene si care amiche e cari amici del salotto di Mao, ebbene si il cruccio di questo nostro secolo sono i soldi…un coacervo di nefandezze e miserie si raggomitolano dietro il bieco mercimonio di anime svendute in nome del vil danaro…come cantava già nel 1939 il miscononosciuto ai più Gilberto Mazzi, autore di un refrain entrato nelle testa e nelle orecchie di tutti gli italiani come un’utopia, come un desiderio, un sogno, un anelito di stabilità e presunta felicità…ebbene venne poi il neorealismo, il disincanto del dopoguerra, l’Italia che si ergeva sulle macerie di se stessa e della follia dei suoi demiurghi…vennero i film in bianco e nero che raccontavano attraverso l’impassibile lente d’ingrandimento dell’ottava musa i patimenti quotidiani di un paese che aveva perso tutto ma stava cercando perlomeno di recuperare la proria dignità: un decennio, tanto durò il neorealismo, dal 1943 circa al 1953, da Ossessione di Visconti (1943) appunto a i VITELLONI di Fellini del 1953, passando attraverso La terra trema (1948) Bellissima (1951) Roberto Rossellini, Roma, città aperta (1946), Paisà (1946),Germania anno zero (1948) Stromboli terra di Dio (1949) Vittorio De Sica Sciuscià (1946) Ladri di biciclette (1948) – Oscar al miglior film straniero Miracolo a Milano (1951) – Palma d’oro al festival di Cannes Umberto D. (1952) Giuseppe De Santis, Non c’è pace tra gli ulivi (1950) Riso amaro (1949) Roma ore 11 (1952) Pietro Germi Gioventù perduta (1947) In nome della legge (1948) Il cammino della speranza (1950) Renato Castellani Sotto il sole di Roma (1948) ,È primavera (1949) Due soldi di speranza (1952) – Palma d’oro al festival di Cannes Alberto Lattuada Il bandito (1946) Senza pietà (1948)….storie di gente comune, attori il più delle volte presi dalla strada che si affiancavano alle star come la Magnani, Sordi, La Borboni, Franco Interlenghi, La Mangano, Raf Vallone, Gassman su sceneggiature scritte da Flaiano, Soldati, Pinelli, Lizzani…
e quelle storie non sono in realtà mai cessate di esistere, si sono modificate con i tempi, hanno uplodato realtà controverse, hanno trasformato le scenografie, hanno dato vivaci multicromie in tecnicolor al fascino grigiobianco e nero delle pellicole…eppure ancora oggi esistono eroi quotidiani che vengono sacrificati in nome dei soldi…chi può dimenticare gli otto angeli della fonderia dei tedeschi, simbolo di tutte le morti bianche del mondo…io vorrei a questo punto raccontarvi la storia minima di un uomo che deve ricominciare ogni volta una vita nuova, un uomo che a seconda del vorticoso ruotare della bussola del precariato si trasforma da professore di lettere in consulente delle amministrazioni pubbliche, da archivista di dati a buttafuori di locali notturni, dal condivisore di legittimi stipendi simili alle fantomatiche mille lire al mese a avversato titolare di ammortizzatori sociali fatiscenti e ectoplasmici… la storia di un uomo di sentimento e ardimento ma al contempo incapace di trovare un equilibrio stabile, ma è difficile farlo quando per un mese ti svegli per andare incontro a tumultuanti classi di imberbi adepti della conoscenza e una settimana dopo alle quattro del mattino per andare a caricare gli scaffali sorridenti di un mondo di plastica e legno d’ebano in gialloblu chiamato IKEA?
E allora e qui concludo, dico, non nel nome dei soldi, ma di quello della dignità di noi tutti…al Signor Ministro BRUNETTA, al suo capocosca il CAVALIER SILVIO B: e alla benemerita MINISTRA MARAIASTELLA GELMINI portate più rispetto per la vostra gente…per tutti coloro che vogliono lavorare onestamente affinchè quei maledetti e sporchi soldi diano dignità e non solo un ulteriore casella da riempire nel PIL…e poi FANNULLONE sarà lei…
e qui mi levo la giacca da professore ed indosso la spilletta dell’IKEA…
se potessi avere mille euro al mese, senza esagerare sarei certo di trovare la felicità…
CHI VUOL ESSERE DOMENICO MUNGO?
1- In che anno è antrato in vigore l’euro?
A- nel gennaio del 2000 B- nel luglio del 2001 C- nel febbraio del 2002?
2- Chi è il regista del film IL COLORE DEI SOLDI?
A- Umberto Bossi B- Brian De Palma C Martin Scorsese?
3- Domanda per ANTIMUSICA: a quanto ammonta il prezzo corrente in euro della modica quantità di bonza, oppure chiamatela come volete, coca, bamba, bianca, neve, pezzata sul mercato di Torino?
A- 50 dallo sputapalline di via Stradella B- 100 dal collega d’ufficio che c’ha i ganci giusti con la gente che piace e che lavora al sesto piano C- 200 euro più un paio di occhiali da sole della marca italia indipendent offerti da lapo elkann in persona?
4- in che album è contenuta la famosa canzone dei pink floyd Money?
A- The wall,B- The Final Cut C- (The Dark Side of the Moon )
Il giardino…luogo che da sempre nella storia dell’umanità ha rivestito un ruolo simbolico oltre che fisico…il giardino è per antonomasia luogo di pace, di rimembranza, di celebrazione, di silenzio e di ritrovo…in principio fu il Verbo diceva il libro dei libri, nel libro della Genesi nella Bibbia è il luogo in cui Dio creò tutti gli esseri viventi, tra cui Adamo ed Eva, la prima coppia umana. Ed è proprio nella Genesi che si trovano tracce della prima violazione… ricorda dottor MAO, la storia del serpente, della mela…della tentazione…bene, arriviamo quindi fino a che uno sdegnato Ceatore che, tra tutti gli alberi piantati nel giardino ne erano due particolari: l’”Albero della Conoscenza del Bene e del Male” e l’”Albero della vita”proibì all’uomo di mangiare i frutti del primo, e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino dell’Eden, negando all’Uomo anche i frutti del secondo…ma sebbene la cacciata da parte di Dio di Adamo ed Eva è raccontato come il peccato originale causa della natura corrotta del genere umano e a noi piace pensarlo come il primo atto di ribellione dell’uomo al cielo…ogni uomo è infatti per natura ribelle contro il cielo, diranno migliaia di anni dopo, precisamente nel XVI secolo gli anabattisti inglesi narrati da Christopher Hill ne Il Mondo alla rovescia…ma lo dirà anche Shakespeare, che nell’Enrico IV chioserà :” “”SIGNORI, IL TEMPO DELLA VITA E’ BREVE…E SE VIVIAMO, VIVIAMO PER CALPESTARE I RE”…ma questa è un’altra storia…torniamo ai giardini…alla meraviglia delle meraviglie…i Giardini pensili di Babilonia ad esempio…voluti da Semiramide e poi dal mitologico Nabucodonosor…egregia sintesi di architettura idraulica, trasposizione della perfezione e cimento onirico fatto reale…come i Giardini di Boboli, che sovrastano l’aveo della più bella città del mondo, ovvero quella Firenze culla della civiltà tutta…ma è nella musoca e nella letteratura e nelo cinema che noi troviamo i nostri riferimenti migliori, vero dottor Mao?…chessò nella indimenticabile canzone del grande Lucio Battisti i Giardini di Marzo…
I giardini di Marzo si vestono di nuovi colori
e le giovani donne in quel mese vivono nuovi amori
camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti
tu muori…
se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori
ma non una parola chiarì i miei pensieri
continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri …Che anno è che giorno è questo è il tempo di vivere con te le mie mani come vedi non tremano più etc etc etc
oppure il Giardino dei Finzi contini, tratto dal romanzo di Giorgio Bassani del 1962, che coinfluirà nella trilogia del Romanzo Ferrarese e diverrà capolavoro cinematografico ad opera di Vittorio De Sica nel 1970 con una bellissima e giovanissima Domenique Sandà e un Capolicchio narratore di una storia minima dell’orrore che le leggi razziali e l’olocausto proteranno in tutta Europa…oppure il Giardino delle Vergini Suicide, di Sofia Coppola, 1999, film obliquo, nero, morboso, dotato di una tecnica cinematografica mista, fatta di montaggi stravaganti e onirici, di crudezze e banalità…siamo nel 1974 ed è la storia di cinque incantevoli sorelle Lisbon , figlie di una famiglia middle-class di Detroit, Michighan, che al destino risevato loro dalla bigotteria materna e l’indifferenza paterna, e al vouyerismo del quartiere preferiranno suicidarsi……e la colonna sonora la compongono gli Air… e poi abbiamo i giardini di pietra, quegli infiniti cimiteri lastricati di lapidi anonime che ci ricordano quanto assurda sia la guerra e che la contabilità delle morti non significa nulla se non ne leggiamo il nome inciso nel marmo…e questi giardini di pietra si affollano sempre di più nel mondo…sono giardini pieni di cristiani, di musulmani, di buddisti, di atei…di donne e uomini e troppi, troppi, troppi bambini innocenti…ma vorrei concludere con un esempio di speranza, di indomita fede nell’intelligenza dell’uomo…di quell’uomo che per primo seppe ribellarsi al suo destino già nel Giardino dell’Eden…il mio giardino è in realtà un bosco…il Bosco dei Libri Viventi, narrato nella parte conclusiva di Farhenait 451 di Ray Bradbury, affescato in maniera iperrealista dall’omonimo film di Francois Truffaut del 1967…questo bosco in cui si sono rifugiati i dissidenti del regime oscursantista che proibisce lettura e possesso di libri e dove si rifugia anche Montag, il protagonista ex pompiere incendiario…e in questo bosco gli uomini che hanno imparato a memoria ciascuno un classico della letteratura mondiale si aggirando salutandosi fra loro “buon giorno signor Coscienza di Zeno di Svevo” ossequi a lei Capitale di Marx ( e poveraccio a quello che si è dovuto imparare a memoria il polpettone marxiano” etc etc…) , tramandandosi oralmente i testi di padre in figlio…
e questo bosco diventa il vero Eden contemporaneo, laddove solo l’amore per la letteratura e per ciò che ella ci consente di fare ci rende liberi e ci salva, è necessario lottare…leggere, imparare, volare per poter sognare ed essere liberi… come in un giardino del suono
Black Hole Sun won’t you came and wash away the rain…
CHI VUOL ESSERE DOMENICO MUNGO? IL GIARDINO
1- a che cosa è ispirato il nome Soundgarden, ovvero il Giardino del Suono, celeberrimo gruppo capostitpite del movimento Grunge?
A- al nome dell’amplificatore usato da Chris Cornell
B- al giardinetto dove i quattro musicisti amavano trascorrere le serate fra una chitarra e uno spinello?
C- da un’installazione artistica di Douglas Hollis che si trova a Seattle, chiamata appunto “A Sound Garden”, in cui il soffiare del vento produceva strani suoni.
2- il giardino dei Finzi Contini fu anche un film, diretto da uno dei più grandi registi italiani di sempre:
A- Luchino Visconti B- Carlo ed Enrico Vanzina C- Vittorio De Sica
3- qual’è sato il gruppo italiano che ha venduto più copie in assoluto al festival di Sanremo con singolo Miele?
A- I Giardini di Mirò B- i Giardini di Mao C- Il Gairdino dei Semplici?
4- Se i figli del vicino vengono a sparare i petardi nel giardino di casa vostra intorno alle tre di notte voi cosa fate?
A – li applaudite calorosamente dalla finestra incitandoli a invitare anche altri giovani teppisti del quartiere alla festa?
B- chiamate il 118 accusando un inizio di infarto e credendo di essere stati assaliti dal Al queda
C- vi unite ai festeggiamenti imbracciando la carabina a canne mozze appartenuta a nonno Calogero e fate fuoco ad altezza d’uomo mirano alla testa di quei piccoli bastardi?
Non so dei vostri buoni propositi
perchè non mi riguardano
esiste una sconfitta
pari al venire corroso
che non ho scelto io
ma è dell’epoca in cui vivo
la morte è insopportabile
per chi non riesce a vivere
la morte è insopportabile
per chi non deve vivere
lode a Mishima e a Majakovskij
tu devi scomparire
anche se non ne hai voglia
e puoi contare solo su di te
«Scusate: non è questo il modo (ad altri non lo consiglio), ma non ho vie d’uscita»
LA Rivoluzione pertanto si trasforma in matrigna, che si nutre dei suoi figli migliori, dilaniandoli dentro gli ingranaggi della sua sete di potere, dalla sconfitta che scaturisce dalla corrosione degli ideali e dalla bieca riproposizione infinita degli stereotipi della bramosia e della menzogna…Majakovskij vale quanto i figli del Conte Ugolino che Dante declama cannibale della propria progenie per poter sopravvivere a se stessa, tramutandosi in una spietata aristocratica rinchiusa nel proprio castello d’avorio striato di sangue nero…
Chi vuole essere Domenico Mungo?
1. Chi fu il regista della terrificante Corazzata Potiomkin, citata come orribile cineforum coatto per gli impiegati del primo Fantozzi?
a) Dziga Vertov; b) Oleg Blochin; c) Sergej Michajlovič Ejzenštejn
2. Chi fu il guerrigliero che guidò la Rivoluzione Messicana?
a) Ciccio Pancio; b) Franco & Ciccio; c) Pancho Villa?
3. La mitica Woodstock, emblema della rock revolution in realtà dove si trovava?
a) Su di un isola; b) sugli argini di un fiume; c) nelle campagne dello stato di New York?
4. Quale fu la nazionale di calcio che agli inizi degli anni ‘70 rivoluzionò le strategie tattiche del calcio imponendo il modello di gioco del cosiddetto calcio totale?
a) l’Argentina di Menotti; b) L’Italia di Valcareggi; c) l’Olanda di Crujff e Rinus Michel?
Chi vuole essere Domenico Mungo?
1. Chi è il regista del film commedia horror.splatter del 2003 “La casa dei 100 corpi”?
a) Sam Raimi; b) John Carpenter; c) Rob Zombie, ex frontman dei White Zombies?
2. Qual’è il titolo originale della canzone rilanciata di recente da una roboante cover dei Pooh?
a) The house of the holy di Plant-Page;
b) Maison de la libertè di Apicella-Berlusconi;
c) The House of the rising sun di E. Burdon?
3. Cos’era la puppenhaus, tristemente famose nei campi di concentramento nazisti come case delle bambole?
a) una nursery;
b) il parco giochi dei figli degli ufficiali delle SS;
c) il bordello con accesso consentito solo agli ufficiali?
4. Come si chiama lo stadio di quando la bergamasca atalanta gioca in casa?
a) Euganeo; b) Natalino Palli; c) Azzurri d’Italia Brumana
Entro in scena e lancio l’RVM riferito all’incipit del film “L’Odio” con susseguente pezzo di Marley “Burnin’&Loatin” sugli scontri delle banlieu…
La Haine, Mathieu Kassovitz, nel 1995 esce nelle sale cinematografiche il film in bianco e nero: L’Odio. Questo film permise a Kassowitz di vincere a soli 28 anni il premio per la miglior regia al Festival di Cannes. E per dirla alla Kassovitz : fin qui tutto bene…
In bianco e nero, un giorno e una notte nella vita parigina di quei ragazzi della periferia senza studi e senza lavoro e senza niente, isterizzati dal vuoto e dall’assenza d’ogni collocazione sociale, nevrotizzati dalla mancanza di futuro, facilmente delinquenti perché privi di soldi, che in ogni metropoli del mondo mettono tanta paura agli altri, agli integrati. Ventiquattr’ore nella vita dei loro odiati nemici che li odiano, i poliziotti: l’odio reciproco è l’emblema del conflitto tra la società e i rifiutati, gli esclusi dalla società. E qualcosa che in Europa non si vedeva da tempo: un film contro la polizia. All’inizio, la polizia ha ferito gravemente in uno scontro un ragazzo arabo che poi morirà. Di qui, manifestazioni giovanili di protesta, fuochi, lacrimogeni, botte, auto rovesciate e arse, assalti al commissariato, vetrine in pezzi, slogan, feriti trascinati via per le gambe, fumo. Poi altre brutalità poliziesche, arresti abusivi, interrogatori abietti, razzismi socioetnici violenti, sino all’estremo colpo di pistola sfuggito a un poliziotto prepotente e sbadato, che fa esplodere la testa d’un ragazzo. Tre ragazzi simili, un nero, un arabo e un ebreo, sono i protagonisti di queste ore di massima tensione, impiegate pure in vagabondaggi inani e rischiosi che diventano un percorso attraverso la loro esistenza brutta. Alla maniera dello Spike Lee di Fà la cosa giusta, Mathieu Kassovitz, all’epoca 27 anni, parigino, figlio d’un cineasta e d’una produttrice, già autore di Matisse, premiato per la regia all’ultimo Festival di Cannes, ha fatto un film brutale e disinvolto, destrutturato e costruito con rigore: tempo condensato il cui trascorrere è scandito da cartelli, una pistola perduta da un poliziotto che serve da filo conduttore passando di mano in mano, l’agonia del ragazzo arabo colpito dalla polizia che assicura suspense, due parti simmetriche svolgentisi una a Parigi e una in periferia. Alla maniera del Martin Scorsese di Taxi Driver, Kassovitz ha fatto un film che è insieme drammaticamente realistico e sotterraneamente surreale. L’odio aggredisce un problema sociale francese in stile americano, ma si distingue da altri racconti neri della periferia, da tanti altri banlieue-film: per la sua durezza sovversiva, per la rabbia unita a svagatezza dei protagonisti, per il linguaggio gergale che imprime alla narrazione gran ritmo e una terribile energia. E’ questa la Parigi che svela l’anima contraddittoria della Francia, da sempre sospesa fra rivoluzione e reazione, vandeani e ugonotti, giacobini e bonapartisti, Robespierre e Danton, Vichy e il rifugio degli antifascisti, il maggio francese e i pogrom anti-immigrati, la battaglia di Algeri e Truffaut, Camus e Sarkozy…E’ questa la Parigi che evoca le fiamme delle sue periferie che diventano paradigma di tutto il mondo occidentale, presagio delle guerriglie di fine millennio, dei riot dei nuovi poveri e dei rifiutati, “la feccia” di Sarkozy, infatti… e questo film ne è acme assoluto. La miglior opera di un cineasta talentuoso e coraggioso, purtroppo smarritosi nel seguito di una carriera in chiaroscuro…una colonna sonora eccezionale, da Marley appunto a Coltrane, passando per i Cameo e misconosciute posse hiphop transalpine.
Chi vuole essere Domenico Mungo?
1. Cosa disse Materazzi rivolto a Zidane durante la finale dei mondiali del 2006 tanto grave da provocare al famosa testata, detta appunto, di Zidane?
a) “ci t’ammocca a soreta”
b) “volevo complimentarmi con te per il gustoso cus cus preparato testè da tua sorella”?
c) oppure un più prosaico ”preferisco la puttana di tua sorella”?
2. Come si chiamava il protagonista del capolavoro della letteratura francese “I miserabili” di Victor Hugo?
a) Barba Jaen; b) Papa Joan; c) Jean Berjen?
3. Chi fu il famoso regista francese autore di un divertentissimo libro sul cinema di Hitchcock?
a) Jacques Tatì; b) Jean Tigana; c) Francois Truffaut
4. Come si chiama il gruppo francese autore del pezzo “Sexy Boy”?
a) i Rockets; b) Daft Punk; c) gli Air
je ne t’aime plus mon amour
je ne t’aime plus tous les jours
je ne t’aime plus mon amour
je ne t’aime plus tous les jours
parfois j’aimerais mourir tellement j’ai voulu croire
parfois j’aimerais mourir pour ne plus rien avoir
parfois j’aimerais mourir pour plus jamais te voir
Entro in scena cantando “Il mare d’inverno” di Enrico Ruggeri…
Mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via.
Mare mare, qui non viene mai nessuno a farci compagnia.
Mare mare, non ti posso guardare così perché
questo vento agita anche me,
questo vento agita anche me…
Enrico Ruggeri – Presente (1983)
Chi vuole essere Domenico Mungo?
1. Quale travestimento usavano i surfisti-rapinatori protagonisti di “Point Break”, celeberrimo film ambientato sulle spiagge della California?
a) Mao e i Santabarba; b) Berlusconi e Dell’Utri ; c) i presidenti degli Stati Uniti
2. Chi fu l’autore della canzone “Una storia sbagliata”, dedicata all’assassinio di Pasolini avvenuto sulla spiaggia di Ostia nel 1974?
a) Giorgio Gaber; b) Francesco Guccini; c) Fabrizio De Andrè
3. Chi è l’autore del best seller del 2008 “Kafka sulla Spiaggia”?
a) Kaled Husseini; b) Jonathan Coe; c) Murakami Haruki
4. Quale secondo voi la spiaggia sulla quale Domenico Mungo vorrebbe trascorrere una vacanza in compagnia delle Sick Girls di Scalo 76?
a) Ladispoli con Carlo Verdone
b) Acapulco con il suo amico brizzolato George Clooney
c) la spiaggia dei merenderos sul torrente Orco vicino Chivasso con Mattia dei Santabarba
Entro in scena cantando “Strangelove” dei Depeche Mode…
strangelove
strange highs and strange lows
strangelove
that’s how my love goes
strangelove
will you give it to me
will you take the pain
i will give to you
again and again
and will you return it
Depeche Mode – Music for the Masses (1987)
(album dei Depeche Mode che cita alcuni episodi bellici come “Mission Impossible” e “Agent Orange” in due ghost track significative)
Cito poi alcuni film e canzoni sulla guerra: La grande guerra di Dino Risi, Hamburger Hill, War del Boss, Hiroshima Mon Amour di Resnais, Il grande Dittatore di Chaplin, Il Cacciatore di Cimino, Apocalypse Now di Coppola, etc… ma a mio insindacabile giudizio il più rappresentativo è:
Dr. Strangelove
or how I learned to stop worrying and love the bomb
(Il Dottor Stranamore,
ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba)
(Gran Bretagna, 1963)
Musica: Laurie Johnson, canzoni e interpreti: “We’ll Met Again”, parole di Ross Parker, musica di Hughie Charles, cantata da Vera Lynn ,”Try a Little Tenderness” ,”When Johnny Comes Marching Home”.
In uno dei periodi più critici per il mondo intero, in piena guerra fredda, quel genio di Stanley Kubrick se ne uscì (nel 1964) con questa pellicola critica verso le istituzioni e la potenza militare, grottesca al punto giusto, ironica, pungente e di effetto sicuro. Forse il più geniale film della storia del cinema, riesce a mostrare la paura nei confronti dell’atomica, che tutto il mondo aveva, in maniera ironica e spassosa, lasciando comunque una scia di vero terrore, fino ad un finale che è tutto fuorchè divertente. Film antimilitarista per eccellenza, comprende un cast favoloso che ha in un Peter Seller, al culmine del suo istrionismo, il cavallo di battaglia. Straordinario anche George Scott. Indimenticabili i personaggi con i nomi grotteschi che vanno da Mandrake, al Dr. Stranamore, a Jack the Ripper e a King Kong. Straordinaria la scena del maggiore Kong che cavalca la bomba e indimenticabili le situazioni e i dialoghi che prendono vita nella War Room. Spettacolare, inoltre, la scena del Dr. Stranamore che, sulla sedia a rotelle, cerca di bloccare la mano che vuol fare il saluto ad Hitler. Perfette le musiche con il finale di “We’ll Meet Again” cantata da Vera Lynn e la regia di Kubrick. Questo film è la fine del mondo, senza via di scampo.
trama
Convinto dell’esistenza di un complotto interplanetario ordito dai russi per avvelenare le acque potabili degli stati non comunisti, il Generale Ripper, comandante della base militare americana di Burpelson, ordina ad una sua squadriglia di B52 di scatenare un attacco atomico contro l’Unione Sovietica. Il generale è l’unico a conoscere il codice segreto dell’attacco e taglia tutte le comunicazioni con il Pentagono. Quando viene a sapere la notizia il Presidente Muffley convoca l’ambasciatore russo De Sadesky nella sala da guerra del Pentagono e, contro l’avviso del generale Turgidson, il suo capo di Stato Maggiore che auspica una guerra atomica “limitata”, ordina al colonnello “Bat” Guano di attaccare Burpelson allo scopo di impossessarsi del codice con cui revocare l’attacco atomico. Ripper si suicida piuttosto che farsi prendere prigioniero ma il capitano Mandrake della R.A.F. scopre il codice segreto che può richiamare i bombardieri. Tutti i B52 rientrano alla base o vengono abbattuti dall’antiaerea sovietica, tranne quello del pilota T. J. “King” Kong (interpretato da Slim Pickens famosa star dei Rodei) che continua la sua missione. Il Presidente Muffley apprende al telefono dal primo ministro russo Kissov che all’attacco americano seguirà automaticamente il lancio da parte dell’Unione Sovietica del “grande ordigno”, una bomba nucleare gigantesca in grado di distruggere gli interi Stati Uniti. Nel frattempo Kong “cavalca” la bomba atomica che colpisce una base militare sovietica. Muffley si rivolge allora al suo consigliere, il paraplegico Dottor Stranamore, un ex-nazista, che prevede che l’umanità potrebbe sopravvivere a patto che alcune persone ben selezionate restino cento anni dentro i rifugi sotterranei. Un immane fungo atomico si diffonde su tutto il pianeta al suono della canzone “We’ll Meet Again” cantata da Vera Lynn.
dizionario dei film (Morandini)
Uno dei pochi capolavori di satira politica nella storia del cinema che riflette gli incubi apocalittici dei primi anni ‘60. Il più forsennato e meno controllato film di Kubrick con Peter Sellers in tre ruoli al culmine del suo istrionismo. Non vinse nemmeno uno dei quattro Oscar cui era candidato.
dizionario dei film (Mereghetti)
Dal romanzo omonimo di Peter George (co-sceneggiatore col regista e Terry Southern), un lucidissimo atto d’accusa contro la follia atomica e il militarismo, condotto con le armi del sarcasmo e dell’ironia: la catastrofe atomica che incombe sull’umanità è vissuta come un lungo, insistito rapporto erotico (“Iconologia fallica di missili e bombardieri, segretarie – amanti e fluidi vitali più o meno fecondi, equazioni per calcolare la sopravvivenza erotica e previsioni di accoppiamenti: la virilità tutta yankee dell’attacco a sorpresa è raddoppiata da quella più esplicitamente sessuale”), senza che lo sberleffo nasconda l’attacco ai miti cardine del potere, quali la scienza, l’efficientismo, la sacralità della proprietà privata, la logica distruttiva del sistema. Da antologia la telefonata tra il presidente americano e quello sovietico. In un cast superbo spiccano il generale guerrafondaio Buck Turgidson interpretato da Gorge C. Scott e i tre ruoli affidati a Peter Sellers: il capitano Lionel Mandrake, il presidente americano Muffey e il suo consigliere Dottor Stranamore, il cui braccio meccanico ne svela le origini naziste. Bellissime le scenografie di Ken Adam, come la sala da guerra del Pentagono.
per chi vuole saperne di più:
www.cineforum.bz.it/pellicola/archivio/registi/StanleyKubrick/films/dottor/index.htm
www.activitaly.it/immaginicinema/kubrick/stranamore_2.htm
aneddoti e curiosità:
- Peter Seller istrionico interprete di tre personaggi. Il destino del mondo legato ad una telefonata da 20 cent da in telefono pubblico, l’ottusità dell’ortodossia militare, la colonna sonora incredibile, le particolarità della fotografia (alcune scene di combattimento vero montate nell’assalto fratricida fa truppe usa nella base militare con sullo sfondo il cartellone “Peace is our profession”).
- la cinematografia di Kubrick legata spesso al tema della guerra esterna ed interiore (citare Paura e desiderio, Day of fight, Orizzonti di gloria, Spartacus, 2001 Odissea, Arancia meccanica, Full metal jacket, Barry Lindon, Shining, Eyes Wide Shut e tutti i romanzi da cui sono tratti)
- i continui riferimenti sessuali, l’ossesione di Kubrick per i numeri, le simmetrie, i riferimenti filosofici…..
Poi:
Recito il surreale dialogo fra Peter Seller e Dimitri Kissov:
“Dispiace anche a me Dimitri… Mi dispiace molto… Va bene, dispiace più a te che a me, però dispiace anche a me… A me dispiace quanto a te, Dimitri! Non devi dire che a te dispiace più che a me, perché io ho il diritto di essere dispiaciuto quanto lo sei tu, né più né meno… Ci dispiace ugualmente, va bene…? D’accordo.”
Peter Sellers-Mr Muffley (presidente Usa) al telefono con Dimitri (presidente Urss)
Degenero quindi in un pistolotto antimilitarista, citando War Pigs dei Black Sabbath e inveendo contro coloro, questi maiali della guerra, che giustificano la sete di sangue con l’esportazione coatta della democrazia omettendo che le guerre si combattono per il denaro e per i potenti…
E ora vi saluto con un breve ricordo di come la guerra possa dilaniare l’anima dei puri, citando l’ultima scena di Platoon di Oliver Stone pronunciata d un giovanissimo Charlie Sheen: ”la prima vera vittima della guerra è l’innocenza!”. Continuando la saga del padre, Martin Sheen, che interprete di Apocalipse Now si inoltrò nel Cuore di Tenebra del Vietnam alla ricerca del Colonnello Kurtz e della sua propria anima devastata dall’orrore della guerra…
E a tal proposito vi narrerò la storia di un uomo che non si piegò alla tracotanza della guerra e della sua folli imperialista… Racconto di Matthias Sindelar detto “cartavelina”, uno dei più grandi fuoriclasse di tutti i tempi. Nato nell’odierna Repubblica Ceca, in quello che ai tempi era ancora l’impero austro-ungarico, veniva appellato il “Mozart del pallone”, per l’armoniosità dei suoi movimenti sul campo di calcio. Centravanti della nazionale austriaca degli anni trenta guidata da Hugo Meisl, oltre che con la propria rappresentativa militò con Hertha Vienna e Austria Vienna rifiutando sempre, per amore della propria terra, di trasferirsi all’estero. Negli anni trenta la sua fama era pari solo a quella di Giuseppe Meazza in Italia e di György Sárosi in Ungheria: i tre erano considerati i più grandi calciatori del mondo dell’epoca. Al pari di Meazza, Sindelar fu uno dei primi sportivi a ricevere compensi per reclamizzare orologi, vestiti e generi alimentari: fu quindi uno dei primi sportivi ad avere degli sponsor personali.
Capitano dell’Austria che in seguito all’Anshluss del 1936 con l’annessione alla Germania di Hitler, rifiutandosi di giocare per la nazionale nazista piuttosto che fare il saluto nazista… preferì suicidarsi …
Esco cantando il ritornello di “Strangelove”…
Chi vuole essere Domenico Mungo?
1. Chi era il famoso attore e regista che appena venticinquenne nella metà degli anni ‘20 precipitò gli Usa nel terrore più profondo recitando alla radio il dramma “La guerra dei Mondi”, innescando una spirale di follia collettiva?
a) Fritz Lang; b) John Ford; c) Orson Welles
2. Qual è la famosa canzone dei Doors canovaccio dello splendido film di Coppola “Apocalypse Now”?
a) Unknow Soldier; b) Light my Fire; c) The End
3. Quale fu il disco più guerrafondaio del metal mondiale?
a) Reign in Blood – Slayer B; b) Chaos A.D. – Sepultura; c) Kill ‘em All – Metallica
4. Dove si tennero le Olimpiadi del 1980 boicottate da quasi tutti i paesi occidentali?
a) Pechino per il Tibet
b) Città del Messico per la strage degli studenti
c) Mosca per l’Afghanistan
Ed ecco il perché della cocaina. Non posso vivere senza far lavorare il cervello. C’è forse qualche altra cosa per cui val la pena di vivere? Ma venga un attimo qui, alla finestra. Si è mai visto un mondo più tetro, più squallido, più inutile? Guardi quella nebbia gialla che fuma e fluttua per le strade e va ad accumularsi sulle grigie facciate delle case. Cosa potrebbe esserci di più disperatamente prosaico e materiale? A che serve, Dottore, possedere doti, se poi manca la possibilità di sfruttarle? Il delitto è banale, l’esistenza è banale; e solo queste banali qualità, non altro, servono a qualcosa su questa terra.
Arthur Conan Doyle – Sherlock Holmes
“Il segno dei Quattro” (1890)
Chi vuole essere Domenico Mungo?
1. Chi fu il grande scrittore inglese autore di Brave New World che ispirò fra gli altri i Beatles e i Doors?
a) Ray Bradbury; b) Benny Hill; c) Aldous Huxely?
2. Quale calciatore argentino che militò anche in Italia fu sorpreso più volte positivo all’antidoping per cocaina?
a) Diego Simeone; b) Diegone dei Medusa; c) Diego Claudio Caniggia?
3. Quale gruppo rock italiano ha sempre inneggiato all’uso della marijuana dedicadogli adirittura una canzone, Canapa, e invitando a coltivarla?
a) i Pooh; b) i Cugini di Campagna; c) i Punkreas?
Sensomutanti e la droga
di Domenico Mungo
tratto da “Sensomutanti – L’amore ai tempi del Daspo” di Domenico Mungo,
Tirrenia Stampatori, 2003, Torino – 2° ristampa Boogaloo Publishing, 2008, Rovereto.
Dal palmo della mano fluisce dissolvendosi in adrenaliniche molecole d’alcool. La resa non sempre è assicurata, ma vale per quello che si deve. La scossa erotizzante prepara alla transizione di alterazioni, attraversando trasparenti corporeità ormai disgiunte e devastate, sull’orlo del collasso imminente. In realtà i corpi dissimulano in stato di quiete la loro naturale propensione al sinuoso contatto che ora disinibisce in sfregamento materializzandosi soffice e sensuale, edificando affinità mentali insospettabili altrove che qui. Le nostre azioni, imbevute nel liquido amniotico dell’alcool, si sintetizzano nell’affronto alla presunta superiorità di coloro che esercitano la prassi della normalità. Noi, i sabotatori di ogni ordine naturale delle cose. Noi, incursori ormonali e lascivi del perbenismo manierato. Diversi e uguali, ci scontriamo senza toccarci raggiungendo la medesima meta…
Ora io e il mio amico, chiusi nell’interstizio fra le bianche mattonelle del bagno in cui ci troviamo, scaviamo un altro solco fra la nostra consapevolezza e la colpevole viltà che ci accompagna da sempre. “Dammi la cartina e preparami un filtro”. “La sigaretta ce l’hai tu? Io le ho finite, prima con quella tipa laffuori… figa vero… però…” “ooooohhh stà cazza di cartina me la dai !!!!???” “minchiastattentoilpippotto, che cazzo soffi? Arrotola stò deca e menati e non ci rompere i coglioni che io sto ggià distrutto, ddioffàà come stò squagliato e fai sta canna!!!” “passami il cocktail… mmmmmaaaaaahhhh… buona sta coca… a stò giro c’ha trattato bene il tipo” “stasera al Market o al Caffè Blu… andiamo a fare beneficenza…?” “quale cazzo di Caffè Blu… lo sai che sto ancora preso male con P… poi allo Shock c’è Turi… la serata rock, la musica è regolare, poi se vado al Blu mi devo attaccare, farmi le paranoie stasera non c’ho testa… oh chiedi se c’è del fumo, fatti fare un altro drink…” “ieri sera ho calato davvero troppo. Avevo tre pezzi di bamba, me li sono pippati con quella del Transilvania, quella che fa la cameriera e lavora nel sexyshop…” “quale, la tettona dark. Quella che mi faceva i pompini mentre lavoravo alla porta del…” “Ah, ti faceva i pompini pure a te? E quanti minchia ne siamo a Torino ad averglielo ammollato…ahhahhahh!” “stasera mi devo beccare la bionda” “Si ma che cazzo c’entra con quello che ti stavo raccontando. Allora mi sono pippato sti tre pezzi con la tipa e poi…” “stasera devo beccarmi la bionda…” “oh m’hai sentito? Tu stai già fuso che fai schifo… hahahahahhaaahha… non ci stai dentro! Senti me l’hai masterizzati i Refused? Ho comprato l’ultimo Down, Phil Anselmo è una bestia, solo lui e zio Rollins ce la possono fare a superare indenni i quaranta…” “Allora ti dicevo, ho pippato con la tipa. Poi siamo andati a casa di una sua amica che fa la modella e si fa chiavare da quelli che fanno i video dei gruppi per farglieli conoscere. Così fra un video e l’altro, una scopata e l’altra…” “poi ho trovato Knut e Snapcase e per corrispondenza ho preso anche quello dei Converge, una mazzata di Posthardcore che…” “OHHH, molla sta bamba, te la stai pippando tutta da solo. Dammi qua, passa, porca troia… Ma mi stai ascoltando?! Cazzo sembri una rivista musicale, e questo così e quello cosà, minkia me ne fotte in questo momento dei tuoi fottutissimi dischi… molla qua!”. Il danno. Cento carte di fumo, ottimo, che rimbalza contro le parte del cesso, come una saponetta schizzata via di mano, vedi la parabola che muore nel buco della turca: flop! Addio. “porcaputt… m’hai fatto cadere il fumo dentro il cesso! guarda dov’è, prendilo… sono centomila di tasca mia!” “essì che ero Trainspotting, che mi tuffo dentro la tazza a pescare la pasticca… mavaffanculovà… a proposito spacca stò trip e passami da bere…” “ce ne andiamo?” “andiamo và! Ma porca troia il fumo…”
Forse tutto questo non fa male. Forse serve solo a rallentare tutto, imbiancandolo sofficemente di ovatta cloroformizzata che ci anestetizza dal bruciore delle nostre cicatrici. Come la cocaina rende insensibili la bocca e il naso agli sfregi insanabili della normalità, permette alle membra di mutarsi e penetrarsi, comprimendo il dolore, azzerando la memoria. Le finestre dei palazzidormitorio che riprendiamo con la mia videocamera sembrano mute e apparentemente prive di vita e le ruote della macchina che attraversa la notte uggiosa sferzano l’asfalto gravido di pioggia livida. Io e il mio amico abbiamo deciso di riprendere con una videocamera le nostre peregrinazioni notturne, per ricordarci, per verificare se è vero che siamo in grado di comunicare senza parlare, semplicemente muovendoci nella stessa direzione. Tenetelo sempre a mente questo particolare. Tutto quello che si dice qui è fedelmente immortalato da una microscopica webcamera. Anche quello che non si vede, e che esiste solo nella nostra testa. Noi siamo insieme in tutto questo. Nessuno escluso. “…e intanto l’aria intorno è più nebbia che altro, l’aria è più nebbia che altro….” Scendiamo e proseguiamo a piedi. Il freddo e la pioggia sferzano i nostri visi smunti e di candore arrossati, ma come l’agopuntura non procurano fastidio, anzi, ci sollevano un poco. Le note di un pianoforte alticcio risuonano rincorrendosi sotto le volte sabaude del salotto buono di Torino, s’infrangono contro le vetrine scintillanti di benessere e ci ricadono addosso stridenti e dissonanti. Ora siamo in bilico, lo stato delle cose è sul punto di scoppiare inesorabilmente o di incancrenirsi definitivamente, oscillando sul baratro al di sotto del quale gli oceani e i corpi celesti copulano increspandosi di nero sperma magmatico e vivificante. Dobbiamo muoverci!
“Facciamolo stanotte!” esordì ”facciamo tutto e vediamo La Fine come ci accoglierà”.
entro in scena citando le parole di Battiato…
l’impero della musica è giunto fino a noi
carico di menzogne
mandiamoli in pensione i direttori artistici
gli addetti alla cultura
e non è colpa mia se esistono spettacoli
con fumi e raggi laser
se le pedane sono piene
di scemi che si muovono
up patriots to arms, engagez-vous
la musica contemporanea, mi butta giù…
Franco Battiato – Patriots (1980)
vorrei una discoteca labirinto
bianca senza luci colorate
grande un centinaio di chilometri
dalla quale non si possa uscire
salta!
lovely, lovely, lovely, lovely, lovely, lovely
(Subsonica)
Caro dottor Mao, lei sa che la mia più grande gioia nella vita è stata tenere in mano e parlare dentro il multifunzionale microfono di Samuel durante la presentazione che facemmo insieme io e lei agli Amici di Piero al Cacao… emozioni indescrivibili…(ironico) Comunque, caro Mao… Che icona, la discoteca! Come un’immensa astronave aliena, appoggiata sui bastioni di Orione in bilico fra il sogno e la follia di Erasmo. La discoteca, corpi che si dimenano al ritmo incalzante e dionisiaco di bassi, feedback e frequenze medie spropositati all’umana tolleranza in un baluginare stroboscopico ed epilettico: un immaginario sacrificale eretto su cumuli di culetti e tettine rivestiste di strass ed epidermici veli, roteanti su vertiginosi tacchi di desiderio, pronti ad offrirsi in sacrificio ora erotico ora saffico in un gioco di ammiccamenti e effimere citazioni perverse. Design futuristici, retrò, barocchi, kitch, innovativi, aeriformi, essenziali, dove le perversioni fetish degli architetti e degli arredatori possono raggiungere il climax della propria creatività senza correre il rischio di essere impalati alla gogna come blasfemi bestemmiatori del buon gusto. La discoteca luogo trasversale e democratico di appuntamento, dove la musica diviene via via un pretesto alla socializzazione scarna e solipsistica di questo millennio danzereccio iniziato negli anni sessanta in una fumosa bettola parigina chiamata Le Whiskey a Go Go grazie all’intuizione della splendida Regine, evolutosi negli anni settanta fra Saturday’s night fever, supecoattoni in pantaloni a zampa e camicia aperta fino all’ombellico in pelvici atteggiamenti danzerecci, ingrigitosi e divenuto marrone come dice Jonathan Coe nella Banda dei brocchi: gli anni ottanta“il decennio marrone”… dove però la discoteca ospitava anche i punk, o darkettoni, da Manchester a Londra fino a Milano, rincoglionitosi di droghe sintetiche nei novanta fatti di rave illegali e pastiglie smerciate a buon mercato, disintegratosi nella globalizzazione coatta del terzo millennio dove tutto è così veloce e furiosamente biodegradabile e destinato ad essere risucchiato in un vortice di campi elettromagnetici. La discoteca che si affaccia nella mia memoria di viandante claudicante e tremolante attratto a suo tempo dall’incalzare vorticoso della realtà circostante in continua ed affascinante mutazione. Era discoteca quella che da giovanissimo mi aprì ai piaceri delle prime sigarette clandestine, consumate in cunicoli pomeridiani di week end urbani in cui andare a ballare significava invertire il grigiore delle giornate scolastiche, dei compiti a casa, delle interrogazioni a sorpresa, dove il mistero gaudioso delle scoperte della pubertà si mescolava alla gioiosa frenesia della vita in costruzione. Era la discoteca che si chiamava Studio 2, dove l’interclassismo e la promiscuità degli stile di vita giovanili scendevano ad una fermata dell’autobus in via Nizza e si riproducevano in concerti memorabili, serate animate da giovani dj di barricata divenuti oggi famosi critici musicali e miscelatori di suoni d’alto livello, dove tutto era a nostra disposizione e bastava allungare la mano per prenderlo. Era discoteca il big di corso Brescia, dove si incrociavano live di punk rock e avanguardie musicali varie con i piatti rutilanti di vinili gloriosi, in battere, in levare, in moto perpetuo. Hiroshima Mon Amour è stata discoteca, e tutti i luoghi che avevano e avevamo contributo a restituire alla vita collettiva, riesumando catapecchie demaniali in disarmo, fabbriche in dissoluzione organica, capannoni e vecchi asili e scuole senza più bambini da contenere. Si chiamarono per semplicità centri sociali o case occupate o squat.. ed affianco alla militanza politica, al principio del do it yourself e del possesso fisico, materiale e creativo del proprio tempo libero e sociale, si iniziò a mutuare l’idea della discoteca alternativa rispetto ai luoghi fosforescenti di immagazzinamento coatto di decine di centinaia di giovani griffati e turbotenenti, animato dal testosterone e dall’esibizionismo di ogni status symbol raggiunto. I tecnorave illegali di El Paso, del Prinz Eugen, delle varie fabbrichette della suburbia, dei Docks Dora, della Delta House, del Barocchio…i rave bucolici nelle radure padane furono per alcuni anni le nostre discoteche..salvo poi ritornare vecchi e stempiati alle discoteche con i giocatori, le veline, i bellimbusti con auricolare, i vocalist androgini, le cubiste virago, i privè, le feste della maglietta bagnata, di Rhianna, Madonna e Ace of Base. Ma quello che vorrei raccontare sono i nomi dei luoghi, le cosiddette discoteche, i rave, le feste i concerti… il Piper a Roma dove Patty Pravo era la principessa di un’intera generazione di beatnik ribelli che si dilungava in agosto sulla Versilia alla Capannina o in riviera ligure e adriatica, poi lo Studio54 di NY il luogo deputato a rappresentare per sempre l’idea della discomusic più tamarra e genuina (quella di Le freak c’ést chic per intenderci HW&F, Diana Ross, Donna Summer, Bee Gees etc) e soprattutto per il CBGB’S, un corridoio angusto che ospitava i Ramones e tutta la progenie a venire della scena punkhc americana. Il Factory di Madchester dove Ian Curtis pensava già a quanto stretto dovesse essere quel nodo scorsoio. E poi il periodo che venne dopo, ciò che immaginavamo e sapevamo e vedevamo succedere a Londra, New York e Berlino, alle nostre mega-astronavi disperse nelle campagne, all’Ultimo Impero di Airsca, al Number One, al Due di Cigliano, oppure a quelle disseminate nelle vie cittadine il Pick up, il Charleston, il Top Nephenta, il Barrumba, Zona Castalia, il Polaroid, il Metro, il Texido, il Supermarket, Caffè Blue, Centralino, Crossover lungo i corsi come il Patio, avvolti nelle colline come l’Hennesy, nei parchi come il Cacao o lungo gli argini del fiume come Giancarlo, il Beach, Il Dottor Sax, il Jamming e l’Alcatraz. non c’è pudore nel rammentare e citare questi luoghi. È l’essenza della discoteca, che può essere ovunque, basta volerlo. Dentro un casermone in cemento e vetro e acciaio chiamato Panorama bar nel centro postsovietico di Berlino, in un bosco della toscana più recondita illuminato da generatori e fotoelettriche a bpm esecrabili e ipnotici, in un soggiorno della casa di famiglia durante una festa delle medie. La discoteca cantata dagli U2 e dagli 883 dai Daft Punk, dai Chemical e da Nino D’angelo, la house e l’hardcore, la minimal fighetta e intellettualoide di x-plosiva e la tunzatunza da radiodiggei, l’algida elettro scandinava, le piste da ballo trasformate in arene di pogo selvaggio. Il Muretto di Jesolo e le spiagge di Ibiza, la Disco Labirinto dei Subsonica e di Morgan, degli Underworld di Born unSlippy, del trip hop Massive attack e Tricky. Degli Eiffel di Blue, di Krakatoa ed Ellen Alien. La discoteca caro Mao, cari Santabarba e spettabile pubblico in sala e in streaming, è cultura, controcultura, movimento rivoluzionario e immobilismo reazionario al contempo, progresso e riflusso, espediente e necessità, virtù e vizio, degenerazione verso il nulla e paradigma di controllo sociale e persecuzione disperata. Luogo di scontro, di incontro, di amore e di tradimento. Un universo così vario e fantasiosamente libero in cui ognuno di noi può e deve realizzare il suo sogno infinito: danzare chiudendo gli occhi e librarsi alle stelle a dancefloor to heaven parafasando i Led Zep…
E quindi vorrei salutarvi declamando gli immortali versi di una poetassa che ha preferito mantenere celata la sua identità sotto uno pseudonimo altero e misterioso… prego Santabarba… una base in 4/4, tipo… discoteca appunto:
lunedì sera, la discoteca
martedì sera, la discoteca
mercoledì che mal di testa, ma sono andata alla discoteca
giovedì sera, la discoteca
venerdì sera non volevo andarci ma Fabio è venuto a cercarmi
e allora sono andata, alla discoteca
sabato sera, la discoteca
domenica alla discoteca
su le mani!
(Exch Pop Tru)
L’Amerika. È l’epicentro dell’immaginario politico, culturale, artistico estetico più contraddittorio e affascinante che possiamo considerare. Un coacervo di ossimori e smentite refrattarie alla logica razionalistica dell’antropologia sociale, come solo gli organismi multicellulari possono essere. ed è questa la mia America. Non un luogo di consenso assoluto, non il demone del male, ma il simulacro di qualcosa che ha insito in se i prodromi dell’antidoto alla sua soverchiante mania di controllo e di espansionismo. Ecco vede con lei, caro dottor Mao, con i Santabarba e con il gentile pubblico mi piacerebbe brevemente farvi accomodare su un mezzo di locomozione qualsiasi, scegliete voi quello che vi è più affine, che meglio vi introduce alla metafisica del viaggio e lasciatevi guidare attraverso quest’altra America, edificata sulle storie, sulle persone e sui luoghi che rendono l’Amerika il nostro demone più maledettamente seducente. La mia America è quella che nasce dal giuramento solenne di una costituzione che è elaborata sulla carta dei diritti dell’uomo e che costruisce la propria storia sull’olocausto sistematico dei nativi americani. La mia america è quella che sancisce l’autonomia e l’indipendenza degli stati che ne costituiscono la equilibrata confederazione e poi si distingue in guerre espansionistiche in Messico e Sudamerica a partire dalla fine del XIX secolo in avanti
La mia america è quella proclama dio, patria e famiglia come cardini fondamentali del diritto civile e della società, che non garantisce i servizi sanitari pubblici dove gli uomini senza lavoro non esistono per la società e poi devasta famiglie, dei e patrie altrui in nome della difesa e dell’esportazione della SUA democrazia. La mia america è quella della seconda guerra mondiale che sconfigge i demoni dei totalitarismi nazifascisti e poi cerca di uccidere la Corea, il Vietnam, l’Europa, l’Italia, il Cile, El Salvador, Cuba…con i sui servizi segreti, con il patto atlantico, con la conquista di tutti gli spazi possibili, da quelli globali alle profondità siderali. Per esempio posso citarvi rapidamente la storia della Signora Claire Boothe Luce ambasciatrice americana in Italia negli anni 50 che censurerà il r’n'r. una donna dal fascino incredibile, capace di rinunciare agli agi delle comodità altoborghesi per convertirsi ad un feroce e profondo cristianesimo, una pasionaria wasp, e avere un peso nella storia della cultura e della politica americana fondamentale nel secondo dopoguerra. Sarà lei ad ideare quel gigantesco piano di aiuti americani all’Europa devastata dalla guerra che sarà poi chiamato Piano Marshall, ma soprattutto avrà un ruolo fondamentale nel tentare di contrastare la diffusione del rock’n’roll nel mondo. Il rock: qui finisce il viaggio nell’america che tutti noi amiamo, amanti della musica, dell’arte, del cinema, della letteratura, dell’estetica, del dissenso e del libero pensiero, l’america ch adoriamo e alla quale dobbiamo la fortificazione dei nostri cromosomi liberartari. Penso e cito l’america vista dalle Langhe attraverso gli occhi di Cesare Pavese nella luna e i falò, a quella antologica di Edgar Lee Master, del blues e del delta del Mississipi, all’America processata da Maccarty, a quella Hollywood coacervo di registi e attori liberi. Penso all’America di Dylan, di Woodie Guthrie, dei redneck dei romanzi di Stainbeck, Salinger, Borroughs, Ginsberg, Bukowski. Penso all’america della East Cost e della Route 66, all’America di fragole e sangue e Easy Rider, di Angela Davis, all’America hardcore del punk Jello Biafra dei dead kennedies che si presenta aspirante governatore della california 20 anni prima di conan il barbaro e raccoglie 200000 voti rischiando di trasformare il congresso in un palco rock. Penso all’america delle città della musica da Memphis alla reazionaria Nashville passando per la California del surf e del punkhc, alla LA dell’omonima rivolta, di Rodney King dei ghetti e dell’hip hop di Ice-t e PE, dei RATM che suonano di fronte a Wall Street, la Seattle di Hendrix prima di Curt Kobain dopo e del più alto tasso di suicidi al mondo sempre. Penso all’algida Boston dove il postpunk è viscerale e antistiemico e al Rock Against Bush. Ai Devo e al Boss. Penso alla grande mela come al più fantastico contenitore di contraddizioni fatta realtà urbanistica e multietnica, ai Sonic Youth, a Brian Eno, ad Andy Warrol, a tutti quei sabotatori delle consuetudini maleodoranti. Penso all’america dell’11 settembre, il giorno in cui la grande menzogna ha finito per sgretolarsi sotto il fuoco infernale della propria follia e della propria coscienza.
Il concetto di macchina è di per se un pensiero assolutamente affascinante. Implica qualcosa che è al di là della semplicità umana, ma se ne serve per funzionare o addirittura per essere creata e concepita. L’uomo senza macchina, che sia essa una macchina semplice o complessa, non può nella società contemporanea sopravvivere. Che sia un semplice switch, un interruttore che accende la luce o il frullatore o un vibratore viola, o che sia la risultanza della disciplina della macchina, ovvero dell’insieme delle conoscenze umane al servizio della tecnologia che permette i viaggi interplanetari, così come il miracolo della telefonia cellulare, la trasmissione di dati e informazioni in campi magnetici concentrici. Inoltre la macchina come insegna anche Kubrick in 2001 Odissea nello Spazio, per quanto perfetta e infinitamente attigua alla mente umana, non può prescindere dalla dipendenza da essa e finisce per implodere, impazzire, imballarsi. Così come la letteratura fantascientifica, da Isaamov a Philip Dicke a Ray Bradbury ha immaginato fantastici mondi futuri completamente soggiogati dal potere delle macchine ribellatesi al dominio spirituale ed etico dell’uomo. Regalandoci capolavori assoluti come Blade Runner, Terminator, il già citato Kubrik e saghe interminabili come Star Wars, Incontri Ravvicinati paradossalmente grotteschi come in Cronenmberg. Ma la macchina è anche la possibilità di viaggiare nel tempo per modificarlo, attenuarlo e migliorarlo come in La macchina del tempo (romanzo di fantascienza di Herbert George Wells pubblicato per la prima volta nel 1895). È una delle prime storie ad aver portato nella fantascienza il concetto di viaggio nel tempo basato su un mezzo meccanico, inaugurando un intero filone narrativo che ha avuto particolare fortuna nel XX secolo. Oppure nel teatro classico il deus ex machina era colui che arrivava al momento giusto dall’alto per redimere situazioni altrimenti insolubili – definire perché l’etimologia. Ma macchina è anche sinonimo di meccanismo, di ingranaggio, di orologio, di tempo e spazio infinito e talmente esorbitante da schiacciare anche il più vanaglorioso degli esseri umani sotto il suo peso immanente. La macchina è quindi perifrasi dell’universo, dal motore immobile aristotelico alla monade di Leibniz, dalla concezione di meccanicismo celeste determinato dall’essenza assoluta di dio tanto cara alle religioni monoteistiche così come alle più moderne teorie new age. Ma anche di sistema di governo e controllo sociale, economico e politico, in inglese la macchina intesa dai luddisti era il simulacro del potere risultante dall’applicazione sistematica del capitalismo, quindi distruggere la macchina significava sabotare il sistema capitalistico fin dalla sua più remota e pragmatica origine, la catena di montaggio. Ma noi abbiamo anche una concezione molto utilitaristica della macchina, la macchina diviene sinonimo di automobile, semplificando in una parola un complesso consorzio di ingranaggi, pulegge, pistoni, circuiti elettrici, freni, olio, coppe, alberi motore, scocca, design di carrozzeria… quello che ci trasporta e ci fa dire sono venuto in macchina non ne è altro che una semplificazione, di per sé molto affascinante. E la musica, il cinema e la letteratura sono farcite di riferimenti, immaginari e macchine, intese come automobili e non solo che vorrei sommariamente ricordare:
- Tin Machine (1988) due album all’attivo, guidati da un Bowie in versione rock postpop e dance, colonna sonora di quel film Velvet Goldmine che fu il manifesto della glitter generation.
- Rage Against The Machine (1991) fondati da Zack de La Rocha e Tom Morello, ci hanno regalato uno degli album epocali del hard rock crossover contemporaneo. RATM appunto del 1992 in piena rivolta di LA, derivativo (dal funk al rap all’hc) seminale e ispiratore di band e stili a venire.
- Pretty Hate Machine (anche noto come Halo 2) è il primo album dei Nine Inch Nails uscito nel 1989, preceduto dal singolo Down in It che segna la svolta definitiva del genio creativo di Trenz Renzor verso lidi dell’Industrial Elettro Hard Pop.
Gli editoriali pubblicati di seguito sono scritti da Domenico Mungo come testi del suo intervento settimanale a Il Salotto di Mao, ogni sabato dal vivo presso il Fluido di Torino e trasmessi in streaming sul sito di ToFx www.torinoeffetto.com. Tali editoriali vengono pertanto postati integralmente nella loro forma aperta di flusso di parole, mantenendo la struttura originaria simile ad un vero e proprio copione. Inoltre in appendice di ciascun editoriale sono pubblicate le domande e le relative risposte del quiz “Chi vuol essere Domenico Mungo?”, momento ludico oggetto di fervente partecipazione di pubblico e di concorrenti…